Manovra, muro della Lega e il governo stralcia la stretta sulle pensioni

La presa d’atto della spaccatura matura a mezzanotte. “Stralciamo gran parte dell’emendamento”, annuncia il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, nel corridoio davanti alla commissione Bilancio del Senato. La doppia stretta sulle pensioni finisce fuori dalla manovra. Per mano della Lega, che per tutto il giorno ha picconato contro i muri del ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti. Leghista anche lui, ma mai così osteggiato dal suo partito. È lui il bersaglio dell’ira che a Palazzo Madama esplode quando, due ore prima della resa del governo, Claudio Borghi si affaccia dalla balaustra al piano ammezzato in modalità predellino. Sbotta: “Con un allungamento anche formale dell’età pensionistica – dice – noi quell’emendamento non lo votiamo”.
La minaccia è rivolta proprio a Giorgetti. Il riferimento è alla correzione delle norme sulla previdenza che il titolare del Tesoro ha trasmesso al Senato. Via la stretta sul riscatto della laurea, ma resta l’allungamento delle finestre per l’uscita anticipata. Doveva essere la soluzione. Diventa la cartina di tornasole delle divisioni. Nell’intemerata contro il “suo” ministro, Borghi non è solo. Anche Massimiliano Romeo, il capogruppo dei senatori leghisti, si spende nella crociata contro la riscrittura dell’emendamento. È lui a rovesciare l’aut-aut sul tavolo della riunione dell’ufficio di presidenza della commissione che dopo una giornata a vuoto prova a mettere in fila qualche voto. Lo scontro deflagra dopo le parole del sottosegretario all’Economia, Federico Freni: non arriveranno altre modifiche al maxi-emendamento già corretto dai tecnici di via XX settembre. “Allora noi questo non lo votiamo”, ribatte Romeo.
È il momento più incandescente di un pressing costante. Alimentato da Matteo Salvini. Così: “Niente allungamento dell’età pensionabile, niente rivalsa su chi riscatta la laurea”. Poi il nuovo schema del Mef. Quando arriva, Borghi va dritto al punto: “Miglioriamo rispetto a ieri perché non ci sono i riscatti delle lauree, ma non ci sono le finestre”. Ecco la spia del malessere che poco dopo si trasformerà nello scontro frontale contro il Mef. Se sulla sterilizzazione, da 6 a 30 mesi, dei contributi riscattati per l’uscita anticipata – è il ragionamento dei leghisti – si è andati anche oltre le aspettative, cancellando la misura e non solo la sua retroattività, come aveva chiesto la premier Giorgia Meloni, lo stesso non si può dire per l’allungamento delle finestre di attesa per le pensioni anticipate. Da qui la sconfessione di Giorgetti.
La commissione viene sospesa alle dieci di sera. Per due ore si cerca un compromesso. L’exit strategy prende forma attraverso l’idea dello scorporo: il maxi-emendamento sarà ripulito. Resteranno dentro solo le misure sul Pnrr e l’iperammortamento per le imprese. Tutto il resto fuori: i fondi per la Zes e Transizione 4.0 finiranno in un decreto da approvare entro la fine dell’anno. In bilico il pacchetto previdenza. Le opposizioni attaccano: “Meloni si dimostra campionessa di incoerenza”, tuona la segretaria del Pd Elly Schlein. E la capogruppo di Italia Viva Raffaella Paita rincara la dose: “Se Giorgetti avesse un pò di dignità si dimetterebbe domattina, io me ne andrei”.
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