Manifattura, piano Ue: “Vincoli troppo deboli per fermare il declino”

L’Europa prova a fermare il declino della sua industria, ma il rischio è che lo faccia con strumenti ancora troppo deboli. È questo il messaggio che emerge dall’analisi di Wood Mackenzie sull’Industrial Accelerator Act, la proposta della Commissione europea per rafforzare la manifattura e ridurre le dipendenze strategiche. Un intervento che arriva dopo oltre vent’anni di arretramento: la quota europea sul Pil globale è scesa dal 17,4% al 14,3% tra il 2000 e il 2024.
L’obiettivo è riportare il peso dell’industria al 20% del Pil entro il 2035. Bruxelles punta su tre leve: preferenza per il “Made in EU” negli appalti pubblici, limiti alla proprietà estera nei settori strategici e autorizzazioni più rapide per i nuovi impianti industriali legati alla transizione energetica, dalle batterie all’idrogeno fino alla produzione di acciaio a basse emissioni.
Una strategia che si inserisce in un contesto sempre più competitivo, tra pressione di Stati Uniti e Cina e costi energetici più elevati per le imprese europee. Il nodo però è nell’attuazione della normativa che, secondo Wood Mackenzie, rischia di essere indebolita da eccezioni e compromessi.
Il principio del “Made in EU” è il caso più evidente. Pensato per proteggere la produzione europea, viene esteso ai Paesi con cui l’Unione ha accordi di libero scambio: circa 40, che coinvolgono oltre 70 partner. Di fatto, la misura finisce per limitare soprattutto la concorrenza cinese, lasciando aperte molte altre vie di importazione. A pesare è anche il fattore costo. Se le tecnologie europee risultano più care — eventualità frequente — le imprese possono ricorrere a deroghe. “Le soglie di esenzione, che scattano quando i costi superano del 20-30% quelli delle alternative, trasformano obblighi vincolanti in semplici preferenze”, osserva James Willoughby, senior analyst di Wood Mackenzie.
C’è poi il tema dei tempi. L’entrata in vigore delle misure richiede circa tre anni, un orizzonte critico nei settori più dinamici. “Il rischio è costruire oggi capacità produttive che potrebbero risultare obsolete entro il 2030”, sottolinea Willoughby, con riferimento soprattutto al fotovoltaico. Ed è proprio nelle filiere della transizione energetica che emergono le principali criticità. Nel solare, i requisiti di origine europea per celle e inverter potrebbero sostenere una domanda fino a 30 GW annui entro il 2030, ma il ritardo nell’attuazione rischia di lasciare l’Europa indietro di un ciclo tecnologico rispetto alla Cina. Nell’eolico, invece, le regole sull’origine locale rafforzano una filiera già presente, mentre le norme sulla cybersecurity introducono nuove barriere per i produttori extra-Ue.
Il gap competitivo è ancora più evidente nell’idrogeno: un elettrolizzatore cinese da 100 MW costa circa 30 milioni di dollari contro i 115 milioni delle alternative occidentali. Con soglie di deroga fissate al 20%, sostenere una filiera europea diventa complesso. Dinamica simile per le materie prime critiche, dove l’obbligo di approvvigionamento locale salta se i costi aumentano oltre il 25%. Nella siderurgia, su oltre 50 milioni di tonnellate di capacità a basse emissioni annunciate, circa 12 milioni sono già state cancellate o sospese e solo 11 risultano in costruzione. Anche qui, i requisiti sugli acquisti low-carbon non prevedono vincoli stringenti sull’origine.
Più restrittivo il quadro per l’alluminio, con un requisito del 25% di produzione a basse emissioni di origine europea, a fronte però di una crescita dei consumi limitata, intorno all’1,2% annuo. Nel comparto batterie, i requisiti sulle flotte aziendali — che coprono circa l’85% delle nuove immatricolazioni elettriche — spingono verso produzione e assemblaggio in Europa. Tuttavia, il ritardo sulle regole relative ai materiali catodici e i limiti alla proprietà estera rischiano di frenare gli investimenti.
Al di là dei singoli strumenti, il punto resta la competitività di sistema. Prezzi dell’energia elevati, accesso al capitale più costoso e fragilità nelle catene di approvvigionamento continuano a pesare sull’industria europea. Fattori che la nuova normativa non affronta in modo diretto. “L’Industrial Accelerator Act interviene su autorizzazioni e domanda, ma le scelte attuative ne riducono l’impatto”, conclude Willoughby. “Può rallentare il declino in alcuni segmenti, ma senza intervenire sui costi strutturali l’obiettivo del 20% del Pil resta difficile da raggiungere”.
La misura introduce comunque elementi rilevanti: iter autorizzativi più rapidi, maggiore coordinamento tra Stati membri e nuovi segnali di domanda per prodotti a basse emissioni. Ma, più che una svolta, appare come un primo passo.
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