Make-up Is A Lie: Gioie e dolori del non più giovane Moz :: Le Recensioni di OndaRock

C’è una costante nelle esortazioni poetiche di Morrissey, ovvero il bisogno di essere amato, l’ex-Smiths lo aveva rimarcato nel 1987 con “Unlovable” , “So di non essere amabile, non devi dirmelo”, dopo averlo già espresso nel 1985 in “How Soon Is Now”, “Sono un uomo e ho bisogno d’essere amato, esattamente come chiunque altro”. Non è dunque una novità che nel brano che apre il nuovo album il musicista inglese sottolinei con tono ancor più cupo e austero: “Voglio lasciare che qualcuno mi ami, se può”.
C’è una differenza però tra le esortazioni eversive degli esordi e il tono più perentorio e circostanziato del testo di “You’re Right, It’s Time”, quel che precede la frase in esame è più un tirar le somme che un auspicio per il futuro: “Voglio allontanarmi da coloro che fissano gli schermi tutto il giorno, voglio parlare e non essere intrappolato dalla censura, alla ricerca di una saggezza molto più saggia della mia”. Una riflessione che sembra scaturire dal rapporto di odio e amore che si è instaurato tra l’artista britannico e il pubblico, ma soprattutto la critica visto il successo dei tour recenti, al punto che viene da chiedersi se qualcuno abbia mai veramente amato Morrissey.
“Make-Up Is A Lie” giunge a sei anni di distanza da “I’m Not A Dog On A Chain”, ed è un album composto in gran parte da canzoni recuperate da uno dei due progetti rifiutati dalla vecchia casa discografica, “Without Music The World Die”, mentre un altro album, “Bonfire Of The Teenagers”, è rimasto nel cassetto e difficilmente vedrà la luce, se ciò accadrà sarà solo in seguito a copiosi rimaneggiamenti, a causa anche della richiesta di Miley Cyrus di eliminare il materiale registrato come ospite del progetto.
L’accoglienza da parte della critica e di parte del pubblico per “Make-Up Is A Lie” ha tutti i connotati di una causa di divorzio: commenti ricchi di livore e delusione e toni trionfali dei fan più fedeli hanno confuso ulteriormente le acque, tutto l’amore per gli Smiths e per alcune incursioni da solista di Morrissey hanno lasciato posto a un odio quasi viscerale che offusca e ne confonde la percezione.
Per chi considera “You’re The Quarry” l’ultimo grande album di Moz e per quelli che hanno apprezzato la prova di maturità di “World Peace Is None Of Your Business”, questo nuovo disco rappresenta il definitivo spartiacque tra passato e presente. Per molti versi “Make-Up Is A Lie” può suonare sconfortante, frustrante, discontinuo. L’assenza di Boz Boorer dopo 30 anni di collaborazione è percepibile, il passaggio da sonorità vivaci e malleabili a tonalità più drammatiche e grevi graffia via quegli ultimi residui di leggerezza che avevano tenuto in piedi il discontinuo “I’m Not A Dog On A Chain”, ma nonostante tutto il quattordicesimo album di Morrissey non è il disastro annunciato.
Con un tono di voce sempre più simile a quello di un crooner, Moz incornicia canzoni non sempre memorabili ed esalta quelle poche tracce da aggiungere a un canzoniere già abbastanza ricco.
Il primo elemento musicale di rilievo è legato alla produzione impeccabile, ma a tratti pedante, di Joe Chiccarelli, ma anche alle effusioni trip-hop che agitano le acque della title track, una cine-drammatica ballata uptempo con tanto di cetra e violino pronte a elevarne il tasso emotivo. Sonorità che ritornano in “Headache”, con un agile contrasto tra la dondolante melodia e il suono dello xilofono, sottolineandone il testo decisamente poco incline al romanticismo.
La controversa “Notre Dame”, con il suo incedere disco–wave alla “How Soon Is Now”, ma decisamente più blando, e la schitarrata stile Johnny Marr di “You’re Right, It’s Time” agevolano il passaggio dal passato al presente, mentre la tenebrosa “Boulevard” resta preda di quella magniloquenza drammaturgica che anima gran parte dell’album, pur aspirando a futura gloria nelle esibizioni live.
Tracce anonime (“Kerching, Kerching), se non proprio irritanti (“The Night Pop Dropped”) trascinano l’ascoltatore in sonorità mainstream tanto curate quanto superficiali, che non trovano sollievo nemmeno nell’infelice patchwork fun-pop di “Zoom Zoom The Little Boy” (peccato, l’intro di sitar faceva ben sperare…).
Per fortuna un paio di brani posti in coda risollevano le sorti dell’album: la prima è “Lester Bangs”, una delle composizioni più intriganti del disco, un omaggio sentito e ispirato al noto critico inglese, melodicamente accurato e privo di retorica, il brano è un sapiente viaggio nei ricordi che riporta indietro l’orologio temporale al pari della non del tutto riuscita cover di “Amazona” dei Roxy Music; ma è “The Monsters Of Pig Alley” la vera perla nascosta, arrangiata con classe e grinta, la canzone è una sapiente riflessione sulla musica e sulla falsa gloria di chi diventa una star, l’incastro strumentale tra chitarra elettrica e piano è splendido, mentre la fluidità del brano stempera quella sensazione di confusione e spossatezza che anima parte dell’album.
I fan più fedeli ovviamente sono già sul piede di guerra per difendere a spada tratta il quattordicesimo parto di Morrissey, ma “Make-up Is A Lie” è semplicemente un buon disco, costruito con mestiere e un nugolo di idee sufficienti, non privo di spunti di riflessioni e di potenziali evoluzioni future, anche se il ruggito del leone è sempre più simile a un timido, ammaliante miagolio.
11/03/2026




