Mai sentito parlare di turismo generativo? Perchè l’Umbria è il luogo ideale
di Maurizio Troccoli
Il turismo generativo, o rigenerativo, non è più soltanto una formula evocativa. In Italia ha iniziato a prendere corpo dopo eventi traumatici, come la tempesta Vaia che nel 2018 devastò vaste aree forestali del Nordest. In quel caso, l’arrivo di migliaia di visitatori coinvolti nella rinascita dei territori colpiti contribuì a contenere danni economici stimati in circa due miliardi di euro sull’intera macroarea. Fu uno spartiacque: il turismo non più come consumo del luogo, ma come leva per prendersene cura.
Da allora, anche nel nostro Paese si è affermata una nuova concezione di viaggio, fondata sulla collaborazione tra pubblico e privato, sull’imprenditoria sociale e sulla partecipazione attiva delle comunità locali. Un modello che in Europa si è sviluppato soprattutto nei Paesi scandinavi e in Slovenia, mentre in Italia resta in una fase ancora iniziale, ma con potenzialità definite dagli addetti ai lavori «esplosive», legate alla crescente domanda di autenticità, salubrità e senso da parte dei viaggiatori.
È in questo quadro che l’Umbria si trova davanti a una scelta strategica. La regione non ha ancora progetti formalmente etichettati come “turismo generativo”, ma presenta molte delle condizioni che rendono questo modello non solo possibile, ma particolarmente adatto. Borghi diffusi, aree interne fragili, un patrimonio culturale e paesaggistico intatto, una rete di cammini, produzioni agricole di qualità e un turismo che, pur non essendo di massa, mostra segni di concentrazione in alcuni luoghi e periodi dell’anno.
Negli ultimi anni, anche in Umbria sono emerse esperienze che si avvicinano alla logica generativa. Festival e iniziative come Itacà, dedicato al turismo responsabile, hanno messo al centro il rapporto tra visitatori e comunità ospitanti, stimolando riflessioni su abitare, cura dei luoghi e sostenibilità sociale. Allo stesso tempo, le politiche regionali e camerali hanno iniziato a puntare sul turismo esperienziale e trasformativo, in particolare nei settori dei cammini, dell’enogastronomia e delle aree rurali, superando la semplice promozione dell’offerta per concentrarsi sulla costruzione di valore territoriale.
Il salto di qualità, però, passa da una progettualità più strutturata. Lo dimostrano alcune best practice italiane citate anche dal Sole 24 Ore, che offrono spunti facilmente adattabili al contesto umbro. A Grottole, in Basilicata, la cooperativa sociale Wonder Grottole ha avviato un percorso di rigenerazione del centro storico recuperando abitazioni dismesse e attirando visitatori da tutto il mondo non come semplici turisti, ma come residenti temporanei coinvolti nella vita del paese. Le attività proposte, dalla produzione di vino e olio all’apicoltura e all’artigianato, non si sostituiscono all’economia locale, ma la rafforzano, creando reddito che viene in parte reinvestito nella comunità.
Un’altra esperienza significativa è quella di Biccari, nel Foggiano, dove i fondi del Programma di sviluppo rurale e del turismo di montagna sono stati utilizzati per combinare forestazione, agriturismi, mobilità lenta e nuove attrazioni sostenibili, con un ruolo centrale affidato alla cooperativa di comunità. Anche in questo caso, il turismo diventa uno strumento per contrastare lo spopolamento e diversificare l’economia locale.
Ancora diverso, ma ugualmente istruttivo, è il caso di Brunate, sul Lago di Como, dove un progetto sostenuto da fondi privati e da una fondazione bancaria punta a redistribuire i flussi turistici dall’area più congestionata del lago verso territori meno frequentati, attraverso itinerari culturali, parchi tematici e servizi pensati per una fruizione sostenibile. Un modello che parla anche all’Umbria, dove alcune città d’arte concentrano gran parte delle presenze mentre vaste aree restano ai margini dei flussi.
In questo scenario, strumenti come il bando Borghi del Pnrr, che mette a disposizione oltre un miliardo di euro per la rigenerazione culturale e sociale, i fondi della Strategia nazionale per le aree interne e le risorse regionali per il turismo possono rappresentare una leva decisiva, a patto che vengano utilizzati non per interventi isolati, ma per costruire ecosistemi locali duraturi. Centrale, come sottolineano gli esperti del settore, è il ruolo delle cooperative di comunità e delle imprese sociali, che in Italia superano ormai le 320 unità e operano sempre più spesso anche nel turismo rigenerativo.
Per l’Umbria, il turismo generativo potrebbe trovare applicazione concreta in diversi ambiti: nel recupero dei borghi minori, nella manutenzione partecipata del paesaggio agricolo, nella valorizzazione dei cammini come esperienze di relazione e non solo di attraversamento, fino alla creazione di residenzialità temporanee legate al lavoro creativo, culturale e artigianale. Non si tratta di inventare da zero, ma di mettere a sistema ciò che già esiste, cambiando prospettiva.
La vera sfida non è attrarre più turisti, ma attrarre relazioni restituendo esperienze intense e senso di appartenenza: beni molto ricercati da turista di recente generazione anche se non immediatamente percettibile. Si tratta di persone disposte a investire tempo, competenze e risorse nel territorio che visitano. In questo senso, l’Umbria ha più di un presupposto per diventare un laboratorio naturale del turismo generativo. Ma il passaggio da potenzialità a modello richiede visione, governance e una capacità progettuale che tenga insieme sviluppo economico, coesione sociale e cura dei luoghi. La marginalità ha una sua forza di attrazione perchè percepita più autentica e identitaria. Oggi ha numeri non paragonabili alla massa, ma sicuramente interessanti attorno cui costruire modelli di offerta turistica, ancorché più rudimentali, ma potenzialmente armonici con le realtà che sono in grado di offrirli. E questo si connette con altre necessità, particolarmente nelle aree interne, bisognose di servizi, presenze, attivismo e nuovi saperi da incrociare a quelli antichi.
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