mai dargli l’aspirina. Il picco? Deve arrivare, Torrette sotto pressione»
Andrea Giacometti, primario della Clinica di Malattie infettive di Torrette. Nelle Marche oltre il 12% della popolazione ha già contratto un’infezione respiratoria acuta: è un dato nella norma o siamo di fronte a un’intensità anomala?
«Siamo sostanzialmente in linea con le altre stagioni influenzali. Quello che cambia è la forma virale in circolazione: non più solo la classica influenza (H1N1), c’è anche quella che comunemente chiamiamo “australiana” (H3N2). La aspettavamo anche l’anno scorso, invece quest’anno è arrivata in modo predominante nella sua variante K».
Che cosa la rende diversa dalle altre influenze?
«La variante K è in grado di stimolare maggiormente l’infiammazione, perché induce una produzione più elevata di citochine».
E questo cosa comporta?
«Sintomi più intensi: forte malessere generale, dolori alle ossa, lombalgia, muscoli doloranti, mal di testa».
È più pericolosa?
«No. L’Organizzazione mondiale della sanità chiarisce che non è più letale delle altre influenze, anche se viene percepita come più “forte”. Mentre l’influenza australiana è coperta dal vaccino, la sua variante K essendo appunto una mutazione, riesce in parte a sfuggirne e quindi si diffonde più velocemente. Inoltre, è un virus relativamente nuovo, per cui non abbiamo una memoria immunitaria consolidata e i nostri anticorpi rispondono più lentamente».
Quindi dura più a lungo?
«Sì, mediamente almeno una settimana. Non bastano più i soliti tre o quattro giorni per riprendersi».
Quanto pesa il “mix” di virus respiratori – influenza, rinovirus, adenovirus, Covid – rispetto agli altri anni?
«In questa stagione due pazienti su tre sono affetti dalla variante K. Abbiamo poi ancora qualche caso sporadico di Covid, e l’influenza classica come ogni anno: gli altri virus incidono meno».
Com’è la situazione nelle cliniche marchigiane?
«Nei reparti di Malattie infettive i posti sono occupati da patologie più complesse. I pazienti affetti da virus influenzali stazionano per lo più nei pronto soccorso. Torrette, come gli altri presidi, sono sotto pressione».
Il calo dei casi registrato a fine dicembre è un trend affidabile?
«Non sarei troppo ottimista. Si notificano meno casi perché le persone sono in vacanza, la chiusura delle scuole è controbilanciata da cene, feste e incontri familiari. Il vero picco è atteso in questo mese di gennaio, qualche settimana prima rispetto ad altri anni».
Le Marche sono tra le cinque regioni più colpite: esiste una spiegazione?
«Non ne abbiamo ancora una chiara. Anche durante il Covid la nostra regione, in particolare aree come Pesaro e Fano, è stata duramente colpita. Poi ci sono stati i casi di Dengue. I livelli di vaccinazione sono nella media nazionale: circa il 20% dei marchigiani e il 50% degli over 65».
I dati mostrano un’incidenza molto alta tra i bambini 0-4 anni: è un segnale preoccupante?
«No, è un dato strutturale. Nelle Marche, oggi, 40 bambini su mille sono ammalati in quella fascia d’età. Tra gli adolescenti sono 29 ogni mille, tra gli adulti 14. I bambini hanno una minore memoria immunitaria e quindi si ammalano più facilmente».
Che consigli si sente di dare alle famiglie?
«Nei bambini la febbre può essere più alta. È fondamentale non somministrare aspirina sotto i 16 anni, perché può provocare la sindrome di Reye, con gravi danni a cervello e fegato. Va usato il paracetamolo. E per tutti resta importante vaccinarsi».
Si è ancora in tempo?
«Considerando che il vaccino diventa efficace dopo una o due settimane, per questa ondata è probabilmente un po’ tardi».
Cosa pensa dei luoghi comuni legati al vaccino? Qualcuno, ad esempio, sostiene che “faccia venire l’influenza”.
«È impossibile. Il vaccino non contiene il materiale genetico del virus (l’Rna che abbiamo imparato a conoscere durante la pandemia), ma solo una proteina prodotta in laboratorio».




