Madrid chiude i cieli agli Usa. Pena di morte in Israele, ira Ue
Cresce la freddezza degli alleati rispetto agli ultimatum trumpiani all’Iran. Senza una precisa strategia diplomatica sono soprattutto tre gli aspetti a cui guarda l’Europa: quello energetico, elettorale e della sicurezza dei connazionali nell’area; militari nelle basi del Golfo ma pure turisti, imprenditori e aziende da salvaguardare. Da giorni, il pressing di Washington punta invece a incassare contributi nella messa in sicurezza del Golfo; già rafforzata in mare tenendo fuori lo Stretto di Hormuz dalle missioni Ue. L’Europa invita in coro a solcare la diplomazia, con richieste di chiarimenti a Donald Trump che diano respiro ai mercati. E segnali di ogni genere.
Madrid ieri ha blindato i cieli, chiudendo anche il proprio spazio aereo ai voli Usa coinvolti negli attacchi: oltre ad aver negato l’uso delle basi di Rota e Morón “tutti i piani di volo che prevedono azioni legate all’operazione in Iran sono respinti, compresi quelli degli aerei da rifornimento”, ha spiegato il premier Pedro Sánchez. Non un dramma, per le operazioni degli Stati Uniti: “Le Forze americane non hanno bisogno dell’aiuto della Spagna né di altri”, la replica della Casa Bianca, almeno finché tiene la tregua proclamata fino al 6 aprile su obiettivi energetici nella Repubblica islamica, e con la Spagna che assicura ancora l’assistenza da Siviglia per voli che attraversano lo Stretto di Gibilterra sfiorando soltanto il confine. Quello di ieri non è però il solo altro segnale di stanca europeo. Resta attivo il supporto collettivo in ambito Nato, con un missile balistico dall’Iran intercettato ieri dai sistemi dell’Alleanza schierati nel Mediterraneo orientale dopo essere entrato nello spazio aereo turco (il quarto dall’Iran verso la Turchia dal 28 febbraio, inizio di “Epic Fury”).
Si sgancia ancora dalla special relationship Londra. Stavolta dall’ipotesi Usa di boots on the ground in Iran. “Non è la nostra guerra e non ci lasceremo trascinare”, ha dichiarato ieri il primo ministrp Keir Starmer. Non solo questioni di principio. La guerra non piace all’elettorato: “La mia posizione non cambia, a prescindere dalla pressione nei nostri confronti” ha aggiunto Starmer parlando in un evento per il lancio della campagna del Labour in vista delle amministrative del 7 maggio.
Centinaia di container restano intanto intrappolati nel Golfo. Ieri il Belgio ha annunciato l’adesione alla coalizione dei Paesi disposti a garantire il libero passaggio nello Stretto di Hormuz, ma solo in caso di tregua ancora tutta da stilare. “Stiamo collaborando con la Francia e con gli altri partner disponibili per questo obiettivo strategico”, ha scritto su X il ministro della Difesa Theo Francken. Se la libertà di navigazione è essenziale per sicurezza e stabilità economica, una Francia pronta a presenziare in Medioriente, che ieri ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul Libano dopo l’attacco a Unifil, ospitava intanto il G7 in formato inedito: 7 ministri dell’Economia e 7 dell’Energia con i governatori delle Banche centrali. Il 9 marzo si era deciso di rilasciare parte delle riserve strategiche per contenere i prezzi del petrolio. Ieri, al 31esimo giorno di guerra, mero confronto. Comunicato congiunto: pronti a ulteriori misure straordinarie contro lo shock energetico. Proclami e binocolo costante sulla crisi. Per il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, serve una risposta politica rapida.
L’Ue è “preoccupata per il protrarsi della guerra”, ha detto il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa dopo aver parlato col premier del Pakistan Sharif. Islamabad olia le consultazioni con Egitto, Arabia Saudita e Turchia. In Israele, il Parlamento approvava nel mentre l’introduzione della pena di morte per atti di terrorismo. L’Ue resta contraria.
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