Società

Madri lavoratrici: perdita di 5.700 euro all’anno per 15 anni. La Consulta bacchetta il legislatore e chiede interventi strutturali sul Bonus mamme

Le donne che diventano madri in Italia registrano una riduzione dello stipendio pari a 5.700 euro annui. La penalizzazione economica persiste anche a distanza di 15 anni dalla nascita del figlio. Il divario retributivo di genere si attesta tra il 20 e il 30% in meno rispetto agli uomini già prima della maternità.

In una nota, il sindacato Anief evidenzia come le lavoratrici madri continuino a subire un trattamento discriminatorio rispetto ai colleghi uomini. La situazione peggiora significativamente con l’arrivo dei figli. Il quadro normativo attuale non offre strumenti adeguati di tutela per questi diritti.

La Corte Costituzionale ha emesso la sentenza n. 159/2025 sul ricorso del Tribunale di Milano relativo al Bonus mamme per le lavoratrici precarie. I giudici non hanno concesso il via libera all’estensione del beneficio alle dipendenti con contratto a tempo determinato. La Consulta ha però sollecitato con forza il legislatore a intervenire in materia di sostegno economico alle madri lavoratrici.

La sentenza della Consulta e le criticità del sistema

La Corte ha spiegato che i contributi dovuti all’Inps dalle lavoratrici titolari di contratti di lavoro domestico si collocano in un ambito di disciplina speciale. La normativa presenta profili di peculiarità nel calcolo rispetto a quella concernente le altre lavoratrici dipendenti. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso ma hanno lanciato un monito chiaro al legislatore.

La Consulta richiede di dare “coerenza sistematica dell’intero disegno nel cruciale percorso di sostegno alle lavoratrici madri“. Il richiamo si inserisce nel contesto di un Paese con uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa. La Corte invita a identificare interventi strutturali capaci di sostenere appieno la maternità.

Le disposizioni dell’articolo 1, commi 180 e 181, della legge n. 213 del 2023 presentano diverse criticità secondo i giudici costituzionali. La ratio delle norme non risulta oggettivamente chiara. L’esonero totale dalla contribuzione favorisce le categorie più abbienti per l’assenza di limiti di reddito o retribuzione. La sola previsione del tetto massimo di 3.000 euro non risolve il problema.

Le categorie escluse dal beneficio economico

Le madri con contratto a tempo determinato risultano completamente escluse dal Bonus mamme. Queste lavoratrici beneficiano solo del generale esonero contributivo parziale previsto dall’articolo 1, comma 15 della stessa legge. Il beneficio si applica fino a una certa soglia di retribuzione senza considerare la circostanza della maternità.

La categoria del tutto esclusa da ogni beneficio comprende le madri con contratto a tempo determinato la cui retribuzione imponibile mensile supera i 2.692 euro. Le lavoratrici a tempo indeterminato che superano tale importo possono invece usufruire dell’esonero totale fino a 250 euro mensili. La differenza di trattamento appare priva di giustificazione razionale.

La Corte Costituzionale ha rilevato che i suoi poteri non consentono di estendere la platea delle destinatarie nonostante le criticità individuate. I giudici hanno però riconosciuto che il legislatore si è gradualmente corretto fino a giungere alla sostanziale parificazione delle fattispecie.

Daniela Rosano, segretaria generale Anief, conferma che le lavoratrici madri con tre figli e contratto a tempo indeterminato hanno accesso automatico al bonus. Il requisito prevede di aver già presentato domanda l’anno precedente per l’esonero contributivo. Il sindacato mantiene attivo il contenzioso per le lavoratrici madri di tre figli con contratto a tempo determinato. La segretaria generale, in una nota, sottolinea come “non si comprende perché debbano essere escluse dal beneficio previsto dalla legge di bilancio dell’anno scorso”.


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