L’Unione deve pensare alla «manutenzione attiva»
L’Unione europea (Ue) è oggi di fronte a un bivio, perché si trova sospesa tra l’urgenza di una trasformazione strutturale e lo stallo dettato dalle politiche identitarie nazionali. Le sfide geopolitiche, sfociate nei conflitti bellici ai confini europei e in una lotta tecnologica sempre più aspra tra Stati Uniti e Cina, hanno eroso gli storici vantaggi comparati della Ue basati sul soft power e sullo stato di diritto. In un mondo, dove Trump impone conflitti bilaterali di puro potere in sostituzione di un multilateralismo pur imperfetto e dove la Cina afferma il suo dominio su input e output strategici, il modello economico europeo — fondato su tecnologie mature e una fitta rete di piccole imprese — rischia l’obsolescenza; e i recenti accordi commerciali, definiti dalla Ue, sono importanti ma non bastano a risolvere il problema. Il Consiglio europeo informale, che si terrà il prossimo 12 febbraio a quasi due anni dai rapporti Letta e Draghi, dovrebbe essere consapevole di questa sfida e assumere decisioni che garantiscano un futuro alla nostra oasi di democrazia e di inclusione sociale.
Per uscire dalla trappola delle tecnologie mature, l’agenda interna della Ue deve completare il mercato unico, inclusa l’integrazione dei mercati finanziari, e creare una capacità fiscale centrale finanziata da un safe asset europeo. Il conseguente finanziamento dei cosiddetti Beni pubblici europei (Bpe) ne farebbero i pilastri di una politica industriale comune, capace di sostenere investimenti pubblici e privati nell’innovazione e nella transizione “verde”. È possibile dimostrare (mediante un’analisi costi-benefici) che ben calibrati pacchetti di Bpe generano un ambiente favorevole all’innovazione e alle tutele sociali, assicurando vantaggi a ogni stato membro. L’attuale realtà politico-istituzionale della Ue si muove, invece, in direzione opposta: molti governi preferiscono battersi per un allentamento dei vincoli sugli aiuti di Stato, così da stimolare investimenti nazionali che resterebbero al di sotto di una dimensione minima di efficienza e frammenterebbero il mercato unico anziché rafforzarlo.
Tale divergenza tra necessità economica ed effettiva fattibilità è imputabile alla “politica identitaria” che domina in numerosi Paesi della Ue. Le ansie legate alla perdita di status sociale a causa sia della polarizzazione dei redditi e della ricchezza sia di evoluzioni tecnologiche e flussi migratori, percepiti come una minaccia e non come un’opportunità, hanno spinto fasce sempre più ampie di popolazione verso preferenze conservatrici e nazionaliste. Le istituzioni europee e nazionali non hanno dato risposte soddisfacenti a questi problemi. Pertanto, Il trasferimento di sovranità verso la Ue, richiesto dalla trasformazione del modello economico europeo, viene oggi percepito non come urgenza positiva ma come aggravamento delle minacce incombenti. Il risultato è un “trilemma dell’integrazione politica”: risulta impossibile garantire simultaneamente il primato dello Stato nazione, la competitività economica e un sistema di finanziamento comune. D’altro canto, non è oggi realizzabile un salto federale.
Come argomentiamo in un saggio di prossima pubblicazione, una via d’uscita è rappresentata da una strategia di “manutenzione attiva” (retooling). Si tratta di accantonare, nel breve periodo, i grandi disegni generali di riforma per concentrarsi su interventi specifici che non richiedano larghe cessioni di sovranità nazionale, ma che generino guadagni misurabili di efficacia con ripercussioni positive sulle già esistenti e radicate interconnessioni del sistema della Ue. Agendo su specifici punti di snodo di tali interconnessioni, si può migliorare gradualmente il funzionamento del sistema.
I criteri per la selezione dei più promettenti interventi di manutenzione sono le esternalità (cioè la capacità di produrre impatti positivi anche in punti diversi rispetto a quello dove si interviene) e la capacità di generare svolte (ossia un accumulo di miglioramenti che si riverberino sulle preferenze politiche dei cittadini). Esempi concreti di questa strategia includono lo sviluppo di strumenti finanziari per la cartolarizzazione a sostegno delle piccole imprese, una “via della seta ferroviaria” che colleghi le capitali della Ue mediante l’alta velocità, una “europeizzazione” degli aiuti di Stato così da sostenere gli investimenti europei e non solo quelli nazionali. In parallelo, si dovrebbe limitare l’uso delle direttive europee a favore dei regolamenti europei, perché i secondi riducono le distorsioni a livello nazionale e facilitano, così, un campo di gioco uniforme tra i diversi mercati.
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