L’Umbria ha perso altri 572 laureati: «Serve un tavolo per ideare interventi mirati»

L’Umbria riduce in modo sensibile la perdita di laureati verso il resto d’Italia ma, nello stesso anno, si allarga bruscamente il divario con l’estero. È questo il quadro che emerge dall’analisi – basata su dati Istat – che la Camera di commercio dell’Umbria ha pubblicato sabato a proposito delle scelte dei giovani laureati.
I numeri I dati del 2024 rivelano due tendenze opposte. Sul piano nazionale, l’Umbria registra un miglioramento dei saldi interregionali. Sono arrivati nella regione 1.422 laureati provenienti da altre regioni, mentre coloro che hanno lasciato l’Umbria per stabilirsi altrove sono stati 1.545, con un saldo negativo di 123 persone. Rispetto al 2023, quando il saldo era di -421, si tratta di una riduzione netta della perdita. Nonostante questo, il saldo resta negativo per il nono anno consecutivo, confermando che la regione non è ancora tornata ai valori positivi registrati prima del 2016.
Da e per l’estero Il quadro internazionale, invece, è peggiorato in modo marcato. I laureati rientrati dall’estero sono stati 174, in calo rispetto ai 202 del 2023, mentre le partenze verso l’estero sono aumentate da 446 a 623. Il saldo negativo con l’estero è così salito a -449, più del doppio rispetto all’anno precedente, con uno dei valori più alti dell’ultimo decennio. Questo indica che, se la perdita interna si riduce, quella esterna accelera, aggravando la sottrazione di capitale umano qualificato.
Il saldo Complessivamente, la regione ha perso 572 laureati nel 2024, combinando il saldo negativo interno di 123 con quello esterno di 449. Questi numeri non riflettono mobilità temporanea, ma spostamenti di residenza stabili, segnando quindi una riduzione concreta della forza lavoro qualificata a disposizione del territorio. Analizzando l’età dei laureati che emigrano all’estero, oltre il 55 per cento ha tra 25 e 34 anni, un altro 34,7 per cento tra 35 e 64 anni, e solo il 6,5 per cento fino a 24 anni. La fascia più colpita coincide con il periodo in cui si consolidano carriera, specializzazione e scelte familiari, fasi cruciali per la crescita economica e produttiva della regione.
La tendenza Il fenomeno si inserisce in una tendenza decennale: tra il 2014 e il 2024, le partenze di laureati umbri verso l’estero sono cresciute del 132,5 per cento, passando da 268 a 623 persone, leggermente sotto la media nazionale del 145,1 per cento. Nel complesso, gli umbri trasferiti all’estero sono aumentati del 75,6 per cento, da 1.119 a 1.965, mostrando che i laureati emigrano con una propensione quasi doppia rispetto alla media della popolazione regionale.
La demografia La dinamica dei laureati si somma a una contrazione demografica complessiva. Tra il 2019 e il 2025, la fascia 25-45 anni è diminuita del 12,5 per cento, passando da 218.431 a 191.099 residenti, con una perdita di 27.332 persone. La riduzione è più accentuata nella provincia di Terni (-14,3 per cento, pari a 7.762 persone) rispetto a Perugia (-11,9 per cento, pari a 19.660 residenti). Nel complesso, l’Umbria ha perso il 2,5 per cento della popolazione post-Covid, contro una media nazionale dell’1,5 per cento. Insomma, la regione non perde solo abitanti ma anche una quota significativa di capitale umano qualificato, essenziale per sostenere innovazione, lavoro e sviluppo economico.
Mencaroni Commentando i dati il presidente dell’ente camerale, Giorgio Mencaroni, scrive che «l’Umbria non può limitarsi a registrare le partenze dei suoi laureati: deve costruire, con lucidità e continuità, le condizioni perché restare diventi una scelta credibile, solida e persino competitiva. Questo significa, come sostengo da tempo, realizzare un’iniziativa comune tra istituzioni, università, sistema delle imprese e autonomie territoriali, capace di valorizzare chi decide di investire qui le proprie competenze». Il tavolo per Mencaroni deve servire «per analizzare la situazione e progettare un intervento concreto mirato e consapevole. Trattenere capitale umano qualificato – conclude – non è una questione simbolica, ma una priorità economica e civile: vuol dire rafforzare innovazione, lavoro di qualità, attrattività e possibilità di crescita per l’intera regione. È da qui che passa una parte decisiva del futuro dell’Umbria».
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