L’ultima divinità della Nouvelle Vague: la morte di Brigitte Bardot è la fine di un’era
Il secolo breve del cinema francese perde oggi la sua luce più zenitale. Con la scomparsa di Brigitte Bardot, spentasi serenamente nella sua casa di Saint Tropez all’età di 91 anni, si congeda l’ultimo grande archetipo visivo del Novecento.
Il cinema è per definizione l’arte di catturare l’attimo che sfugge, e B.B. ne è stata la sostanza più pura. Un paradosso vivente di candore e scandalo, capace di trasfigurare la cultura popolare in mito accademico.
Da Vadim a Godard
La parabola di Brigitte non può essere ridotta a una semplice filmografia; è stata, piuttosto, una rottura epistemologica. Nel 1956 con Piace a troppi (Et Dieu… créa la femme) Roger Vadim lanciò una stella e al contempo svelò al mondo una nuova antropologia femminile.
Mentre Hollywood era ancora ingessata nei corsetti di glamour costruito a tavolino, Bardot irrompeva sugli schermi a piedi nudi, con i capelli spettinati al vento e una sensualità così selvaggia da risultare, all’epoca, quasi intollerabile.
Fu lei a traghettare il cinema verso la Nouvelle Vague. In Il disprezzo (1963) Jean-Luc Godard ne colse l’essenza più malinconica e astratta, trasformò il suo corpo in un paesaggio metafisico. Tra le strade di Capri e e i dialoghi esistenzialisti (tanto cari al noto regista francese) Bardot dimostrò che dietro l’immagine della pin-up pulsava un’attrice di rara sensibilità, capace di reggere il peso di un cinema intellettuale che stava a tutti gli effetti riscrivendo le regole del racconto.
Gli amori, il peso del mito, la missione animalista
La vita privata di B.B. è stata un’estensione della sua filmografia: impetuosa, pubblica, drammaticamente libera, orgogliosamente anticonformista. Dai matrimoni con Roger Vadim e Jacques Charrier (padre del suo unico figlio, Nicolas) alle fiamme mediatiche con Gunther Sachs e la tormentata, sublime parentesi con quel dongiovanni di Serge Gainsbourg, Bardot ha vissuto ogni legame sotto la lente d’ingrandimento di un mondo che non le perdonava l’autonomia, l’assoluta noncuranza delle “norme sociali” così importanti all’epoca.
La celebre canzone Je t’aime… moi non plus, scritta originariamente per lei da Gainsbourg (ma poi interpretata, si dice per gelosia, dalla compagna del cantante e attore nonché un’altra icona del Nocevento, Jane Birkin) resta il testamento sonoro di un’epoca in cui Brigitte era la musa assoluta di una Francia che stava scoprendo la rivoluzione sessuale.
Poche donne nel mondo dello spettacolo hanno avuto il coraggio di uccidere il proprio mito prima che il tempo lo facesse per loro. Nel 1973, a soli 39 anni e nel pieno della sua bellezza, Bardot annunciò l’addio alle scene. “Ho dato la mia giovinezza e la mia bellezza agli uomini; darò ora la mia saggezza e la mia esperienza agli animali”, dichiarò.
Dal quel momento, la Madrina del cinema, si trasformò nella paladina degli ultimi. Attraverso la Fondazione Brigitte Bardot ha condotto battaglie feroci contro la caccia alle foche e il maltrattamenti nei macelli, ha trasformato il suo isolamento nella villa La Madrague in un fortino di resistenza etica.
Anche nelle sue controverse idee politiche e nelle sue aspre critiche alla modernità, è rimasta coerente con un’idea di libertà radicale, priva di filtri o diplomazie.
Oggi, mentre il mondo piange la donna, il cinema celebra l’immortalità di una donna che ha saputo essere allo stesso tempo l’alba della modernità e tramonto dell’innocenza. Brigitte Bardot non se n’è andata. Si è consegnata definitivamente a quella storia del cinema che, senza di lei, sarebbe stata infinitamente più grigia.
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