Lucy Kruger and The Lost Boys
My garden is anaemic
The birds are barely ghosts
(da “Bloom”)
Pressoché sconosciuta persino a molti dei più infaticabili setacciatori del sottobosco indie internazionale, Lucy Kruger non è però una musicista alle prime armi: con “Pale Bloom” taglia il ragguardevole traguardo dell’album numero sette. Nata in Sudafrica ma residente da qualche anno a Berlino (uno dei luoghi nel mondo dove le cose possono accadere), insieme alla sua backing band – i Lost Boys – confeziona undici inediti crepuscolari, immersi in una fragilità notturna, dolorosa ed enigmatica. Un lavoro di puro artigianato, concepito per sottrazione, nel quale il dark-folk della Kruger si tinge di slowcore e sfumature dream-pop, richiamando le rarefazioni dei Low e le atmosfere sospese dei Mazzy Star.
La sezione ritmica si muove con passo felpato, proteggendo i tratti più fragili della voce di Lucy, vero centro gravitazionale del progetto, una voce spesso appena sussurrata, appoggiata su strutture melodiche non di rado ridotte all’osso ma iper-cariche di tensione emotiva. Le chitarre ribollono costantemente sottopelle, un onnipresente tappeto nu-gaze che resta lì, sullo sfondo, pronto a squarciare la tela, rendendo l’atmosfera elettricamente eccitante, come accade con prepotenza in “Reaching”, in “Woolf” e in maniera ancora più intensa nello sviluppo di “Damp”, che potrebbe ricordare “Angel” dei Massive Attack.
Il crescendo dell’iniziale “Bloom” si consuma fra foreste, petali di rose e giardini nei quai gli uccelli si trasformano in fantasmi. Il tema botanico accompagna i riferimenti all’infanzia, sottolineati da una scrittura che richiama le filastrocche per bambini. Un senso di claustrofobia ci accompagna durante l’ascolto, con la viola che interviene a rendere i toni ancor più malinconici. Dovessimo definire dei riferimenti stilistici, potremmo inserire Lucy Kruger fra il versante spettrale di Cat Power e i tratti gothic di Chelsea Wolfe, ma è probabilmente PJ Harvey il termine di paragone più calzante.
Un titolo come “Pale Bloom” suggerisce un fiore che sboccia in condizioni avverse, e in effetti queste sono canzoni che raccontano la bellezza che nasce in territori marginali, nei sentimenti non risolti, nelle crepe delle relazioni.
Gli arrangiamenti privilegiano gli spazi, i respiri, i silenzi, uno spleen costante, sia nelle delicate esplosioni emotive, sia nei momenti di cinematografica rarefazione. Un lavoro che non ha bisogno di urlare per farsi notare, ma preferisce vivere nei dettagli, nei riverberi, nelle sfumature, dove tutto suona intimo, domestico, come una confessione sussurrata al buio. Un fiore pallido capace di resistere al tempo e alle intemperie.
01/03/2026




