L’ossessione del Putin di Jude Law? Qualcuno è più popolare di lui: Stalin. Ecco ‘Il Mago del Cremlino’
Inizio anni Novanta, l’Unione Sovietica si sgretola, Mosca è una città in fermento, la sete di libertà è insaziabile. All’improvviso tutto è possibile, per chi vuole arricchirsi, per chi è mosso da propositi più idealistici. Tra questi ultimi c’è Vadim Baranov, giovane intellettuale che ama il teatro d’avanguardia e la comunicazione. L’incontro e poi la separazione con Ksenia, donna abile a sentire dove va il vento e a posizionarsi di conseguenza, lo convince però che non sarà l’arte ma la politica a definire la nuova era che sta arrivando. Intanto la nomenklatura cerca un malleabile fantoccio che possa puntellare la presidenza agli sgoccioli di Boris Eltsin: la scelta cade su un anonimo funzionario dei servizi segreti Vladimir Putin, all’inizio riluttante ma poi affascinato dall’idea. A garantirgli il consolidamento del potere sarà proprio Baranov che si trasforma in superbo stratega ed eminenza grigia della nuova Russia. Poi viene bruscamente allontanato e si ritira a vita privata. Nel 2019 riceve nella sua dacia un professore americano.
Dal berlusconismo al trumpismo. Come siamo arrivati al punto che un dittatore dopo 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale abbia riportato la guerra in Europa. E’ un filmone Il Mago del Cremlino. Le Origini di Putin del regista francese Olivier Assayas, colto e pluripremiato. Una narrazione intensa, una sceneggiatura forbita rivisitata da Emmanuel Carrère che offre diverse letture delle sfaccettature dell’enigmatico universo putinesco, alla luce degli eventi più attuali delle derive autoritarie.
Le Origini. La fama di potere di Putin affonda le radici nella povertà, nato in piccolo villaggio della Georgia (secondo la madre naturale intervistata dal Telegraph) cresciuto in un orfanotrofio perché la madre non aveva i mezzi per mantenere il figlio. Nato a Leningrado secondo i biografi ufficiali. E’ il primo dei suoi grandi misteri. Operaio ed ex agente del Kgb. Putin, interpretato da un magnifico Jude Law con parrucchino, mandibola imbronciata (chi mai ha visto Putin sorridere) e camminata sbilenca, è ossessionato: c’è qualcuno più popolare di lui, Stalin. Lo Spin Doctor gli ricorda che la sua fama era legata ai lager. La massa va sottomessa con la violenza, con la repressione. Gorbaciov (che beveva solo latte) ha dato la libertà al popolo sovietico, Putin lo ha richiuso in una prigione grande quanto la Russia.
Putin e il Kursk: il sottomarino nucleare lanciamissili considerato inaffondabile si inabissò nelle acque dell’Artico causando la morte di 118 marinai. Segnò la prima Grande Crisi della sua presidenza. Putin mostrò solo indifferenza davanti alla tragedia delle madri che urlavano che i loro figli erano morti per 50 dollari di salario al mese.
La casta dei nuovi ricchi che se ne vanno in giro per il mondo a godere delle gioie del capitalismo. Poi Putin si riprende il controllo delle ricchezze degli oligarchi da lui stesso creati e li fa arrestare, uccidere o avvelenare. A lui ritorna il comando del gas, petrolio, foreste e giacimenti. Putin non si accontenta di monopolizzare solo il Potere vuole monopolizzare anche la sovversione. La chiama Democrazia Sovrana che sta alla dittatura come una sedia sta alla sedia elettrica. Il Potere crea dipendenza difficile disintossicarsi. Sempre più paranoico seriale, intento a costruire la “cattedrale” del suo mito, sempre più spietato, si sbarazza anche del fidatissimo Baranov che costringe a un esilio forzato.
L’ex Spin Doctor e il professore citano lo scrittore distopico Evgenij Zamjatin, il diavolo della letteratura sovietica, che scriveva: “L’unico futuro possibile per la letteratura russa é il suo passato”.
Quello che il film non dice sull’infanzia di Putin: la madre Vera Putina aveva raccontato che nel ’99, guardando i notiziari sull’elezione del nuovo primo ministro russo riconobbe immediatamente in Vladimir Putin suo figlio perché “camminava come un’anatra”. Chiunque provasse a squarciare un velo sulle origini di Putin faceva una brutta fine. Il giornalista russo Artyom Borovik, un eminente critico del Cremlino che all’epoca stava lavorando a un documentario sull’infanzia di Putin, morì in un incidente aereo all’aeroporto di Sheremetyevo il 9 marzo 2000. Il giornalista italiano di Radio Radicale Antonio Russo, assassinato lo stesso anno perché denunciava gli orrori della guerra cecena. Vera si era offerta invano di fare un test del dna per dimostrare la sua verità. E’ morta nel 2023 a 96 anni. Senza mai rivedere suo figlio.
Putin e l’immortalità: al leader cinese Xi Jinping durante una parata disse che con l’aiuto delle biotecnologie e il trapianto degli organi si può vivere fino a 150 anni. Oddio, auguriamoci di no. Nel frattempo potrebbe sempre cadere vittima del suo mito.
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