Salute

Longevità: come arrivare fino a 100 anni. Ecco cosa dice davvero la scienza


Tornare con i piedi per terra

Ma nonostante questo boom di ricerche anti-aging, Pawel Kordowitzki e Kejun Ying in un commento pubblicato di recente su Aging (gruppo Nature) riportano tutti coi piedi per terra, ricordando che al momento non è possibile (né scientificamente appropriato) dare consigli fondati su come arrivare al secolo di vita. Allo stesso tempo, uno studio multiomico di Santos-Pujol e colleghi pubblicato sullo stesso numero del giornale, smentisce l’assunto ciceroniano che “la vecchiaia è di per sé una malattia”. Non è vero insomma che gli anni che passano debbano necessariamente essere gravati da acciacchi a non finire: una donna, riconosciuta come la persona più longeva al mondo (117 anni e 168 giorni, scomparsa nell’agosto 2024), ribalta questa narrazione: età estrema e cattiva salute non vanno affatto a braccetto. Anzi, chi vive più a lungo tende ad essere anche chi sta meglio.

Il punto dunque non è come “sfuggire” all’invecchiamento, ma come mantenere una straordinaria resilienza contro le malattie che normalmente lo accompagnano. E la ricetta, se di questo si può parlare, non è trovare un singolo interruttore genetico magico, quanto completare un puzzle di fattori protettivi che si potenzino a vicenda.

Una ricetta anti-aging concreta e l’esempio di un premio Nobel

Molto importante è partire col piede giusto. Il primo tassello è genetico: varianti protettive per cuore, cervello, sistema immunitario e mitocondri, ma anche l’assenza di mutazioni dannose, più che la sola presenza di quelle “buone”. Il secondo è il metabolismo: contenere l’infiammazione cronica ai minimi storici, gestire i lipidi in modo efficiente, popolare il proprio intestino di una flora batterica “ringiovanita” (preziosi i probiotici come i bifidobatteri) e rimettere le lancette dell’orologio epigenetico, così da fargli segnare un’età biologica più giovane di quella anagrafica.

Ma soprattutto non vanno trascurate le sane abitudini di vita, quelle condivise da tutte le celebri Blue Zone del pianeta (Okinawa, Ikaria, Sardegna, Nicoya, Loma Linda): diete ricche di verdure, legumi, cereali integrali, molto poco processate; attività fisica non da palestra ma come abitudine quotidiana, tra fare l’orto, camminare e non sottrarsi ai lavori manuali; il premio Nobel per la Medicina Shinya Yamanaka, uno dei ricercatori più influenti nel campo dell’anti-aging, ad esempio dà il buon esempio facendosi una corsetta ogni mattina, prima di chiudersi in laboratorio. Non a caso molti scienziati ritengono i muscoli l’organo della longevità. Molto importante è anche curare l’igiene del sonno, coltivare legami sociali solidi e un forte senso di comunità, che funzionano tutti come un prezioso scudo anti-stress (anche lo stress “infiamma”…).

L’aspetto più affascinante, però, è forse questo: longevità estrema non significa rimandare l’invecchiamento. L’ultracentenaria di cui sopra presentava comunque i classici segni del tempo — telomeri accorciati, mutazioni delle cellule staminali del sangue, un sistema immunitario “invecchiato”. Solo che, in parallelo, il suo organismo aveva mantenuto intatte una serie di difese molecolari e funzionali capaci di neutralizzarne gli effetti. Insomma un solido equilibrio tra logorio e protezione, più che un’eterna giovinezza, come quella ottenuta dagli anziani del film Cocoon, immergendosi in una piscina con bozzoli alieni. La ricetta della longevità non è un miracoloso elisir di lunga vita, ma la somma di tante piccole resilienze — genetiche, metaboliche, comportamentali — che, tutte insieme, fanno l’impresa.


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