«L’odio non può portare odio, altrimenti saremmo come lui»

ASCOLI Come si poteva temere, dopo l’individuazione del presunto autore delle gravissime scritte sessiste contro una studentessa ascolana, il popolo della rete si è scatenato contro l’insospettabile sedicenne, ora iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di atti persecutori aggravati. La notizia ha scatenato gli odiatori seriali che infestano attualmente i social. In tantissimi, hanno commentato e infierito, augurando il peggio al giovane ritenuto responsabile. Parole violente, offensive e di condanna non solo verso di lui, ma anche contro i suoi genitori. Commenti e giudizi pieni di odio. Parole che male si sposano con chi sino a questo momento ha criticato l’orrore di cui è stata oggetto la studentessa.
La reazione
«L’odio non può portare odio, altrimenti saremmo come lui» sottolinea la madre della ragazza che, d’accordo con lei, spera solo che tutto ciò che è successo finisca al più presto, lasciando che la giustizia faccia il suo corso. «Capisco che le azioni di questo ragazzo lascino poco spazio alla pietà collettiva, ma non sappiamo ancora cosa emotivamente lo abbia spinto ad agire così e anche da mia figlia non ho mai sentito in questi mesi parole di odio o vendetta» aggiunge la madre di una giovane ragazza che ha visto in poco tempo cambiare la sua vita da adolescente in un vero inferno. «Non c’è in alcun modo il desiderio di voler fare il male al responsabile, ma è giusto che davanti a tali episodi qualcuno paghi» afferma dal suo canto il papà della vittima di insulti scritti sui muri delle scuole di Ascoli.
Il papà, che finora era sempre stato defilato rispetto alla vicenda, adesso ha ritenuto doveroso prendere posizione rispetto ad alcune affermazioni pubbliche. «La violenza nei confronti di mia figlia si è protratta per mesi e proprio per questo motivo è inaccettabile che, nel commentare l’accaduto, vengano introdotti elementi quali la provenienza del responsabile da una cosiddetta “buona famiglia”, che nulla hanno a che vedere con la gravità dei fatti» evidenzia, ritenendo inaccettabile in casi di cronaca tirare in ballo il contesto familiare o sociale dell’autore come se ciò possa fungere da attenuante morale, soprattutto nei casi di violenza di genere. «Ho il massimo rispetto della famiglia del ragazzo, che sono certo stia passando un periodo non certo sereno: tuttavia il rispetto non deve tradursi in una minimizzazione della sofferenza patita da mia figlia» aggiunge, certo che non possa il tutto ridursi nell’essere considerato una “bravata”.
«Ritengo che la violenza, anche quella minorile, vada riconosciuta e chiamata con il suo nome e che il supporto alle vittime deve restare il punto fermo di ogni riflessione» conclude, confermando la massima comprensione per chi si trova a soffrire in famiglia dopo reati e comportamenti gravi compiuti da un figlio.




