Lo Straniero di François Ozon (Venezia 82), come uscire dalla sala rapiti per un racconto
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“Lo straniero”, il romanzo del 1942 di Albert Camus, è da sempre una tentazione per il cinema. Un romanzo tra i più amati e più ristampati del ‘900, epitome dei concetti filosofici del primo periodo del pensatore francese; conte philosophique così vivido di immagini, atmosfere, con un intrigo superficialmente thriller e dominato dalla luce del sole algerino, metafora della desolazione interiore ma anche generatore di una radicale scelta.
Ad accarezzare il progetto vi furono diversi registi, tra cui Bergman, che abbandonò il progetto. Il problema sta nel fatto che “Lo straniero” è scritto usotto forma di voce interiore del protagonista, Meursault, che narra i fatti “in purezza”, senza giudizio, né morale, in candida oggettività. Ma, per quanto sia infilmabile è da sempre un chiodo fisso cinematografico.
Ci provò Visconti nel 1967, chiamando come protagonista Marcello Mastroianni, dopo che Delon, che ci teneva a realizzare una pellicola, abbandonò il progetto. Il risultato, nel complesso, si rivelò molto poco riuscito. Specialmente per via di un inadatto Mastroianni, troppo bonario per dire “penso di no” per rispondere alla compagna che gli chiede se la ama. Ora ci ha provato François Ozon, presentando il risultato alla 82ma mostra del cinema di Venezia.
Essendo io un grande appassionato del libro di Camus sono entrato in sala con il “mio” film de “Lo straniero”, che poi ho deposto a favore del lavoro di Ozon. Dopo la visione non posso dichiararmi insoddisfatto. Ozon opta per un bianco e nero vintage, apre il film con un finto cinegiornale sulla situazione di Algeri (ricostruita dal regista a Tangeri), dove si presentano i benefici dell’occupazione francese a due passi dalla Seconda guerra mondiale. Ed è sulla questione algerina e sul riconoscimento di un popolo al tempo sottomesso alla colonizzazione francese (ricordate il nostro “La battaglia di Algeri”, di Pontecorvo?), che Ozon aggiunge una nota non so quanto necessaria.
L’estraneità è filosofica per Camus ma basta semplicemente il contesto coloniale per sottolineare che l’occidente è in crisi anche negli spazi “stranieri” in cui si è imposto, con malcelato senso di superiorità. E dedica maggior spazio alla sorella del morto, un algerino di cui a nessuno importa granché e che sarà riscattato nel finale, non previsto nel testo originale.
Tutto sommato si percepisce il senso ultimo del libro (la consapevolezza dell’assurdità del vivere, che porta Meursault a passare di scena in scena, di vicenda in vicenda, con un’accettazione che non sa di resa quanto di Rivelazione dell’insensatezza della vita, grazie a un overkilling.)
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Diversi i momenti centrati, tra cui il ritratto del personaggio che fa da contraltare a Meursault, cioè il macrò Raymond interpretato da Pierre Lotin. O il tragico Salamano di Denis Lavat, vedovo del proprio odiato/amato cane. A conti fatti, sebbene in maniera non pienamente soddisfacente, gli occhi e le espressioni del Meursault ozonisno sopperiscono in buona parte alle riflessioni e al testo secco, scarificato, lapidario di Camus, forse uno dei libri più essenziali del secolo scorso e forse di sempre.
Si avvale degli occhi e del volto attonito di Benjamin Voisin, già visto in “Illusioni perdute” di Giannoli; il quale è attore di grande espressività ma sin troppo rifinito nel corpo, tanto che persino Delon, pur nella devastante bellezza, avrebbe portato un qualcosa di plebeo in più, con un fisico non da modello. Ma sicuramente Voisin risulta più magnetico del Mastroianni viscontiano, il quale sembra più smarrito che lucido.
Alla fine, si esce dalla sala perlomeno suggestionati; non soddisfatti ma comunque rapiti da questo racconto che però nella pagina scritta raggiunge vette di chiarezza rarissime in letteratura. In certi momenti del film siamo nella didascalia ma non nella disonestà. Palese che le intenzioni di Ozon sono sincere e frutto di un grande amore per il romanzo di Camus. Da questa onestà riusciamo a suggere momenti sentiti e profondi.
Resta il fatto che “Lo straniero” (scritto in piena Seconda guerra mondiale, il che porta il libro sotto una luce limpida e spietata in un momento storico di inaudita gravità come mai prima) vive pienamente solo e soltanto nelle parole dello scrittore filosofo. Il quale supererà l’esistenzialismo nichilista di Mursault per giungere a una risposta all’assurdo grazie alla solidarietà tra uomini.
Resta nel testo e nelle teste di tutti coloro che come me portano “Lo straniero” nel cuore.
Lo straniero
(“L’étranger”)
Francia, 2025
Regia: François Ozon
Con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lotin, Denis Lavant
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