Economia

Lo sfogo del banchiere dopo la caduta: “Non ho obbedito”

MILANO – La sindrome Mediobanca si abbatte su Luigi Lovaglio, il banchiere che cinque mesi fa portò lo scalpo di Alberto Nagel a Caltagirone e Delfin, che fin dal 2019 provavano a cambiare una gestione poco attenta al loro rango di soci forti.

Ieri il banchiere lucano, dirigista a sua volta tanto che nell’ambiente lo chiamano “Napoleone”, è stato disarcionato dal suo stesso cda, per avere dato poco retta alle istanze di certi soci e consiglieri. «Solo un azionista non mi vuole, perché non mi sono rivelato obbediente», diceva venerdì, a margine del piano industriale al 2030, pensando a Caltagirone, che ha l’11,5% di Mps e da mesi gli rema contro. «Sono sereno e non mi preoccupo, ho a cuore solo il bene della banca. Il cda può fare quel che vuole, non sono legato alla poltrona: e non credo abbiano i numeri». I numeri invece ieri c’erano, saliti per i timori di ricadute dell’inchiesta che lo coinvolge a Milano, per avere dato, dicono i pm, «un supporto materiale fondamentale al concerto che dal 2019 al 2024 Delfin e Caltagirone hanno operato con investimenti a scacchiera in Mediobanca e Generali», in un patto occulto per controllarle, poi realizzato tramite la scalata Mps. Ma la motivazione, all’ad, pare strumentale, ritenendosi «totalmente estraneo a ogni ipotesi di reato». Oltre al fatto che la Consob sei mesi fa non vide concerti nella scalata Mps, e il 5 dicembre il cda gli aveva rinnovato «piena fiducia».

Altri fattori spiegano la caduta di Lovaglio. Da un lato hanno pesato i rapporti con l’imprenditore romano, di rado tenero con i manager e con cui non c’è mai stato feeling. Fin dal contatto i due avevano visioni diverse sul destino del 13,2% di Generali, cruciale per Caltagirone che a Trieste ha investito 3,3 miliardi, ma per Lovaglio solo un orpello nel polo in fieri, un nice to have, come ha detto più volte. Anche la vaghezza riservata al Leone nel piano 2030 indica che l’ad era incline a usare la quota, che vale 7 miliardi, come moneta di scambio per futuri dossier. Altre frizioni ci sono state nelle nomine in Mediobanca, dove Lovaglio voleva una guida diversa da Alessandro Melzi d’Eril – che stima poco – e nel cui cda sperava di inserire dei manager Mps. E altre nei modi e tempi dell’incorporazione, che l’ad ha voluto brevi, delistando Mediobanca dopo 70 anni, per togliere il credito al consumo e la rete di Premier dalle mani di manager che giudica poco esperti. L’unica fase “gentile”, con Caltagirone, emerge negli atti dell’inchiesta, ed è lo scambio di sms il 18 aprile 2025, dopo l’assemblea Mps che approvò l’emissione di titoli per l’Ops: «Ma lei è il grande comandante? Come sta?», chiedeva l’azionista. E il banchiere: «Molto bene! Abbiamo fatto una bella operazione. Il vero ingegnere è stato lei, io ho eseguito solo l’incarico». Materia per gli inquirenti: ma i toni e concetti usati in senato fanno presagire richieste di rinvio a giudizio. E hanno pesato sull’esclusione del capo consumata ieri.

Anche nel cda senese Lovaglio non si è fatto amici. Il consiglio lo ha seguito dal 2022 per mari perigliosi, dall’aumento da 2,5 miliardi per tenere a galla la banca (1,6 miliardi versati dal Mef) al risanamento dei conti grazie al rialzo dei tassi, ma pure alla scelta dell’ad di non pagare più i contenziosi, saliti a 10 miliardi; fino alla marcia “gloriosa” su Piazzetta Cuccia. Ma dopo l’Ops sono emersi gli spifferi, contro un capo visto come altero e poco inclusivo. Tanto che nella “board evaluation” dei consiglieri, inviata alla Bce a fine 2025, si sarebbe attirato numerosi rilievi. «Il cda era entusiasta – replicava Lovaglio venerdì -. L’unico a remarmi contro è il presidente, forse perché gli ho vietato le interviste». Con Nicola Maione, confermato presidente in pectore ieri, non si parlano da settimane.


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