Lo scrittore egiziano Shady Lewis ospite a Cosenza
Sabato 28 marzo alla libreria Raccontami di Cosenza, lo scrittore egiziano Shady Lewis racconta Sul meridiano di Greenwich: un romanzo ironico e disincantato sulla burocrazia britannica, sulla morte dei rifugiati e sulla vita degli “invisibili” che vivono accanto a noi
Franz Kafka, uno degli scrittori più importanti ed influenti che la nostra modernità abbia avuto, ritrae le istituzioni e la loro burocrazia come luoghi dove la giustizia è inaccessibile e la logica burocratica ignora le esigenze umane, lasciando l’individuo invisibile e svuotato. Non lo cito a caso, ma perché troppo spesso anche noi oggi noi siamo vittime di questa macchina spersonalizzante. E lo è chi vive accanto a noi. Come racconta questo libro parlando degli ultimi, degli invisibili.
SHADY LEWIS CHIUDE A COSENZA IL SUO TOUR ITALIANO
Sabato 28 marzo alla libreria Raccontami di Cosenza si è chiuso il tour italiano di Shady Lewis, scrittore egiziano che vive a Londra e che in questi giorni ha attraversato il Sud con il suo romanzo “Sul meridiano di Greenwich” (Edizioni Mesogea, 2025).Il libro parte da un incarico. Un funzionario egiziano dei servizi abitativi londinesi si trova, quasi per caso, a dover organizzare il funerale di Ghiyath, giovane rifugiato siriano morto solo. Senza famiglia. Da lì in poi è un viaggio dentro la macchina burocratica britannica: le procedure, i moduli, i tempi morti, i diritti che esistono sulla carta e vengono distribuiti a contagocce.
GLI INVISIBILI, TRA IRONIA E SARCASMO
Lewis scrive e descrive con ironia, sarcasmo e disincanto chi vive nel mezzo, nella stasi – né integrato né espulso, né accolto né del tutto escluso. I suoi personaggi sono rifugiati, senzatetto, persone che hanno attraversato il mare e che ora si muovono in un sistema che non è stato costruito per contenerli. E che pensa che si possa mettere tutto in una scatola. Chi pensa proprio per stereotipi. La scrittura di Lewis viene dall’osservazione diretta: anni a Londra, anni a guardare le vite instabili di chi chiede asilo in una metropoli che promette protezione e poi la fa aspettare. Il romanzo è uscito in arabo nel 2018 (‘Ala Khatt Greenwich), ed è stato tradotto in francese e inglese prima di arrivare in italiano nella traduzione di Alba Rosa Suriano.
LE DOMANDE SCOMODE CHE PONE IL LIBRO
Il libro pone dello domande semplici ma scomode, che ci sono sempre quando si arriva alla morte di una persona. Domande che non riguardano solo Londra. Abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo e dialogherà con lui.
Qual è l’idea centrale di Sul Meridiano di Greenwich?
«Penso che il tema principale sia la perdita nelle sue diverse forme: perdere la patria, perdere una persona cara, quindi la morte. La trama principale ruota intorno a un assistente sociale originario dell’Egitto che lavora a Londra e si trova responsabile di seppellire rifugiati siriani che non hanno famiglia in Inghilterra. Attraverso questo processo incontra la sua propria solitudine e tutti i problemi di perdita legati alla sua immigrazione in questo nuovo posto».
Shady Lewis, come ha scelto di focalizzarsi su Londra come meridiano di queste tensioni, parlo del razzismo, della questione rifugiati e della burocrazia?
«Londra è una città post-immigrazione. L’immigrazione è lì da circa cinque generazioni e il problema non è più “possiamo far entrare gli immigrati o no” come in alcuni altri posti in Europa. I temi citati nella domanda per me sono un riflesso del romanzo! Ci creda o no ma è stato solo quando il romanzo è uscito che la gente ha iniziato a dirmi che parla di immigrazione. Questo perché la questione in Gran Bretagna non è l’integrazione ma il multiculturalismo, quindi accettare che le persone siano diverse e che lo stato e la sua burocrazia debbano servire i loro bisogni speciali a seconda della loro etnia o religione o provenienza o orientamento sessuale.
Tutto questo accade a Londra perché è uno dei posti migliori per parlarne. Il problema, però, con questo tipo di politica, è che ti ritrovi, se sei diverso o appartieni a una minoranza, messo in una piccola scatola che ti viene imposta e non puoi uscirne, perché ci si aspetta che tu non ti comporti diversamente. Il protagonista principale, per esempio, è cristiano, ma egiziano. Tutti presumono che sia musulmano e iniziano a trattarlo in quel modo perché in queste situazioni non puoi scegliere chi essere, ma ti viene solo imposto. Ci sono questi stereotipi intorno a te».
Nella descrizione della burocrazia si sente molto l’influenza di Kafka. Quali tecniche narrative ha usato per rendere la burocrazia così palpabile e reale?
«Noi viviamo, in una società in cui la burocrazia della gestione della nostra vita e della nostra morte è così potente anche se non ne siamo consapevoli. Questo diventa molto chiaro quando si tratta dei settore più vulnerabile della società come i socialmente svantaggiati o i rifugiati. Vediamo la mano dello stato così pesante e forte e interferente in tutto nella loro vita. E penso che invocare Kafka nella storia sia naturale, lui poi ha influenzato tutta la letteratura moderna, ma ho anche usato molti riferimenti alla letteratura araba classica, perché c’è un autore che ha fatto e raccontato un viaggio lunghissimo nei suoi libri e questo rifugiato di cui parliamo nella storia ha fatto anche lui un viaggio lunghissimo intorno al mondo per finire a Londra.
«Ho usato tanto umorismo»
Ho usato anche tanto umorismo perché ho scritto questo libro quando la crisi dei rifugiati siriani in Europa era al massimo e tutti pensavano a loro in modo molto, diciamo, tragico e l’empatia a volte non è una buona soluzione perché non implica uguaglianza, perché se provi pena per queste persone implica essere in una posizione più potente di loro, di superiorità. Penso che l’umorismo e il sarcasmo creino sempre uguaglianza perché quando le persone ridono insieme sono messe sullo stesso livello e si sentono uguali. Il romanzo tratta argomenti piuttosto cupi e deprimenti, ma allo stesso tempo è esilarante. La gente ride e questo li aiuta a riflettere ma anche a pensare ai personaggi nel romanzo come uguali».
Shady Lewis, quali sono stati gli autori che più l’hanno influenzata?
«Sicuramente la letteratura latino-americana, soprattutto il realismo magico. L’ho fatto perché la trovo vicino alla letteratura egiziana, che riesce a mescolare anche la letteratura classica indigena e le scene ambientate nel Mediterraneo sono sicuramente frutto di questa influenza. Poi a Messina qualcuno mi ha fatto notare come il libro gli ricordasse il romanzo Le due città di Dickens. Ci sta! Dickens parlava della miseria del mondo industriale e noi parliamo della miseria del mondo postindustriale.
E penso che il romanzo sia molto globale, una parte del romanzo succede a Milano per esempio, un’altra in Egitto, poi a Londra, Iraq e Kuwait, tanti posti diversi. Ci sono poi personaggi da ogni parte del mondo. Sono interessato anche all’idea della costruzione sociale della realtà, perché la realtà è un prodotto sociale e del linguaggio. Un’idea che viene da Foucault, che ho studiato e conosco, un filosofo che ha influenzato tantissimo tutte le riflessioni sulla globalizzazione e di conseguenza anche il mio romanzo».
Vuole dare un messaggio ai lettori italiani che stanno scoprendo ora la sua opera. Perché leggere Sul meridiano di Greenwich?
«Do una risposta semplice. In mezzo c’è un capitolo ambientato in Italia. Mi sembra importante vedere l’Italia dagli occhi di una persona che è arrivata nel vostro paese su una piccola barca anni negli anni ’80, è diventato parte del movimento sindacale, dei grandi scioperi di quel periodo e alla fine ha finito per lavorare con Berlusconi.
Sappiamo inoltre quanto la questione dell’immigrazione e dei richiedenti asilo è stata polarizzata nella società italiana come nella maggior parte dei paesi europei, ha influenzato tanto la politica e a volte quando tutta la questione diventa politica dimentichiamo l’umanità di queste persone di cui parliamo, che sono persone che vivono con noi e vanno a scuola con noi, vanno a lavorare con noi, si prendono cura di noi negli ospedali. A volte è bene sedersi e solo provare a vedere come ci vedono loro e come vedono il mondo, questo potrebbe rendere il dibattito politico più umano».
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