L’intelligenza artificiale per dare più valore al lavoro umano

“AAA giovani talenti cercasi purché autonomi e competenti in materia di intelligenza artificiale. Astenersi addetti ad attività ripetitive, di supporto o di produzione base”. Suonano un po’ così gli annunci pubblicati dalle aziende in Italia nel 2026. A conferma di un ‘restringimento’ dell’ingresso tradizionale nel mercato del lavoro, le proposte ‘entry level’ sono diminuite di oltre il 10% negli ultimi 3 anni (cfr Stanford University) mentre la quota di ruoli junior sul totale delle offerte per lavori specializzati in automazioni e AI è passata dal 26% al 17% in 2 anni (Cfr Randstad). È proprio il timore di non trovare alternative, inoltre, a spingere molti giovani a restare ‘ancorati’ a posizioni ‘bloccate’ alimentando il fenomeno del cosiddetto ‘job hugging’ oltre che della ‘candidatura passiva’ che li vede impegnati a tener d’occhio le ricerche in corso senza mai avanzare la propria candidatura.
Eppure, quando l’Artificial Intelligence non ‘sostituisce’ il lavoro umano allora ‘amplifica’ la produttività. In particolare, secondo uno studio condotto dall’incubatore online Startup Geeks, basato sull’analisi di oltre 400 progetti imprenditoriali, nelle startup l’AI non riduce necessariamente il numero di giovani coinvolti bensì ne accresce l’impatto. “Le imprese ‘early-stage’ e ‘scale up’, per definizione orientate alla crescita, integrano fin da subito strumenti di automazione, copiloti AI, Crm intelligenti ecc. – commenta Alessio Boceda, fondatore di Startup Geeks – Questo consente ai profili junior di lavorare direttamente su validazione prodotto, acquisizione clienti, sviluppo dei processi già nei primi mesi”. Ne deriva maggiore velocità di esecuzione e tempi più rapidi di test sul mercato rispetto a quelle che non lo fanno. Non meno lavoro per i giovani, dunque, ma lavoro differente: più veloce, misurabile e responsabilizzante.
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