L’impatto minimo su Pil e consumi di una riduzione dei prezzi del carbonio

Sospendere e riformare lo schema europeo Ets – il sistema di scambio delle quote che regola il mercato delle emissioni – per abbassare i prezzi dell’elettricità e rafforzare la competitività industriale. Nelle ultime settimane è cresciuto il pressing sul tema da parte dell’esecutivo italiano. Una questione che ha diviso l’Unione, tra Paesi che spingono per una revisione approfondita dell’Emissions Trading System e altri che lo difendono, considerandolo un pilastro della politica climatica del continente. Un nuovo studio di Oxford Economics ha calcolato che indebolire lo schema – attraverso cui industrie ad alta intensità energetica e impianti che producono energia elettrica con combustibili fossili pagano per le loro emissioni di carbonio – avrebbe un impatto minimo sul Pil, sul valore aggiunto lordo nel settore manifatturiero e sui consumi privati. Al contempo, potrebbe estendere la dipendenza dell’Ue sulle fonti fossili importate a causa di un maggiore ricorso alle centrali elettriche a gas naturale, e rischierebbe di frenare gli investimenti nelle energie rinnovabili.
In particolare, con l’attenuazione del sistema e un abbassamento dei costi del carbonio si dovrebbero ridurre i prezzi dell’elettricità all’ingrosso e i costi per i settori energivori. Questo si tradurrebbe in un maggior reddito disponibile per le famiglie e in un rafforzamento della competitività industriale. Tuttavia, l’effetto di questo cambiamento, oltre a essere disomogeneo – favorendo i paesi più legati alle fonti inquinanti – sarebbe limitato.
I due esperti che firmano l’analisi – Daniel Kral, Lead Economist, e Geoffroy Dolphin, Head of Climate Research – hanno infatti esaminato l’impatto di una riduzione del 40% dei prezzi del sistema Ets, che si riflette in un calo del 25% del costo effettivo del carbonio, fino al 2030. L’effetto è di un incremento del prodotto interno lordo dello 0,1% entro il 2030 (che si annullerebbe, qualora i prezzi del carbonio convergessero successivamente verso il livello di riferimento attuale). Per il comparto manifatturiero, la spinta sarebbe invece dello 0,3%. Al contempo, si registrerebbe una diminuzione dell’indice dei prezzi al consumo di circa lo 0,3%, che potrebbe comportare un consumo reale più alto dello 0,2% (che rappresenterebbe buona parte dell’incremento di Pil).
Le divisioni nell’Ue
Il sistema dello scambio di quote di emissione funziona attraverso il cap and trade e il principio di chi inquina paga. Viene fissato un tetto massimo alle emissioni consentite nei settori interessati con un certo numero di quote di tonnellate di CO2 equivalente. Più nello specifico, le realtà interessate dallo schema devono compensare le loro emissioni con un corrispondente quantitativo di quote, che possono essere acquistate in aste pubbliche e anche rivendute ad altre imprese se non utilizzate (quando si produce meno CO2 rispetto alle quote possedute). Alcune quote vengono assegnate gratuitamente agli operatori a rischio di delocalizzazione delle produzioni in Paesi dove vi sono standard ambientali meno stringenti, a sostegno della loro competitività. Il massimale delle quote immesse sul mercato diminuisce di anno in anno, imponendo così un calo delle emissioni di gas serra nei settori coperti dall’Ets.
Sul tema della riforma dello schema Ets, l’Unione europea è spaccata. Da un lato, alcuni Paesi spingono per una revisione approfondita del sistema, che includa un’estensione delle quote gratuite oltre il 2034: richiesta che era stata trasmessa in una lettera ai vertici comunitari, oltre che dall’Italia, da Austria, Croazia, Grecia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia. Dall’altro, un blocco di Stati – Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo – ha sottolineato in un non paper la sua contrarietà a un congelamento o a modifiche fondamentali del meccanismo, considerandolo un passo indietro in termini di ambizione climatica e “perché indebolirebbe i segnali di prezzo del carbonio che sostengono investimenti e stabilità del mercato”.
Giovedì 9 aprile, nella sua informativa sull’azione del governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito la necessità di sospendere l’applicazione dello schema Ets dell’Ue alla produzione di elettricità da fonti termiche. “Si tratta di un provvedimento straordinario e urgente che serve subito, e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente”, ha sottolineato in aula alla Camera. In precedenza, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva parlato di “un’ulteriore tassa a carico delle imprese europee” mentre il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin aveva fatto notare che l’Ets “sulla bolletta italiana pesa complessivamente per oltre 7 miliardi”.
Un impatto diseguale
Sul tavolo sono diverse le opzioni di modifica dello schema per favorire una pressione al ribasso sul prezzo dei permessi di emissione. Alcune misure puntano a rallentare il ritmo con cui vengono gradualmente eliminate le quote gratuite. Altre intervengono sull’offerta e sulla stabilità del mercato, ad esempio modificando il fattore di riduzione lineare, che definisce il tasso al quale diminuisce il tetto massimo di quote disponibili. Oppure, rivedendo le regole della Riserva di Stabilità del Mercato. Il sistema funziona così: riduce l’offerta di quote sul mercato in caso di circolazione eccessiva e inietta quote in caso di scarsità del mercato. Con l’attuale sistema, tutte le quote della riserva superiori a 400 milioni sono invalidate; una modifica proposta dalla Commissione Ue il primo aprile scorso intende porre fine al meccanismo di invalidazione, in modo da conservare tali quote come riserva per sostenere la stabilità del mercato.
Come ricorda Oxford Economics, a gennaio i prezzi del carbonio avevano raggiunto i 95 euro per tonnellate di CO2 equivalente; le richieste di riforma dell’Ets per abbassare i prezzi dell’elettricità si sono intensificate con la guerra in Iran e lo shock sui mercati energetici.
In particolare il governo italiano, considerato che il Paese ha una delle quote più alte di gas nella generazione di energia elettrica in Europa, ha chiesto una sospensione piena del sistema Ets. Il costo stimato di questo schema può arrivare a circa €30 per MWh, un quarto dell’intero prezzo dell’elettricità. In Italia, come in altri Paesi europei, la formazione del prezzo dell’elettricità avviene attraverso il meccanismo del mercato marginale ed è spesso determinato dal prezzo del gas (la fonte più costosa).
L’indebolimento o una sospensione del meccanismo delle quote, con un abbassamento dei prezzi del carbonio, avrebbero impatti diversi per i membri dell’Ue a seconda della loro dipendenza dai combustibili fossili per la generazione di energia elettrica. Gli effetti sarebbero diseguali tra i Paesi membri, si legge nello studio. Quelli che contano su una quota più alta di fonti fossili, come Italia, Germania e alcuni paesi dell’Europa centrale e orientale, potrebbero avere maggiori benefici. Altri, come Francia, Spagna e Paesi nordici, che fanno più affidamento su una combinazione di solare, eolico, idroelettrico e nucleare e sono esportatori netti di elettricità, riporterebbero solo un impatto indiretto sui loro prezzi energetici e sui costi per i consumatori.
Infine, vi sono anche dei rischi di lungo periodo da considerare. Come puntualizzano Kral e Dolphin, il calo dei prezzi del carbonio “rallenterebbe gli investimenti nelle rinnovabili e prolungherebbe la dipendenza strutturale dell’economia europea dai combustibili fossili importati. Ciò è dovuto ai più bassi ricavi impliciti per i produttori di energia rinnovabile, che avrebbero meno fondi da investire in nuova capacità”.
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