Economia

L’impatto della crisi iraniana sui mercati, tra volatilità dell’energia e incertezza sull’inflazione


La crisi iraniana rafforza un cambiamento strutturale che avevamo evidenziato: la geopolitica torna a essere un fattore macroeconomico ricorrente. Ci stiamo muovendo ulteriormente verso un contesto di “disordine controllato”, in cui gli shock generano rotazioni e dispersione anziché un andamento uniforme dei mercati.

Consideriamo il petrolio il principale canale di trasmissione verso l’economia e i mercati finanziari. In assenza di un’interruzione prolungata dello Stretto di Hormuz, è improbabile che i prezzi del petrolio si mantengano sopra i 100 dollari Usa; paradossalmente, se i prezzi raggiungessero tali livelli, la distruzione della domanda e i rischi di recessione ne limiterebbero rapidamente la crescita. Interpretiamo questo fenomeno principalmente come un impulso temporaneo di stagflazione, non come l’inizio di un nuovo superciclo del petrolio.

Finché l’approvvigionamento di petrolio prosegue, si tratta di un episodio di volatilità e non di natura sistemica; tuttavia, ciò conferma che la geopolitica è ormai strutturalmente integrata nel ciclo degli investimenti. Nel breve periodo, alimenta il rischio di inflazione, la forza del dollaro statunitense e la dispersione tra le classi di attività. La volatilità dell’energia, l’incertezza sull’inflazione e la dispersione a livello geografico stanno tornando ad essere caratteristiche determinanti dei mercati.

L’Asia e i paesi emergenti importatori di petrolio affrontano condizioni finanziarie più rigide e saldi esterni più deboli. L’Europa è più sensibile al gas a causa dei livelli di stoccaggio più bassi, ma dovrebbe normalizzarsi stagionalmente. Gli Stati Uniti restano relativamente meno esposti, beneficiando del loro ruolo di esportatori di energia e dei flussi verso i beni rifugio.

Prospettive per le classi di attività:

  • L’oro è il principale beneficiario in tutti gli scenari
  • Gli attivi statunitensi rimangono relativamente resilienti
  • Gli attivi dei mercati emergenti e dei paesi importatori di petrolio sono i più vulnerabili
  • Le valute legate alle materie prime beneficiano del miglioramento dei termini di scambio
  • I rischi di credito restano contenuti, ma risultano sbilanciati verso gli emittenti di qualità inferiore.

*Head of Amundi Investment Institute


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