Lily Allen – West End Girl
Non sono mai stato un grande fan di Lily Allen. Questo non significa che la sua musica non mi piacesse, semplicemente non mi ha mai fatto né caldo, né freddo. Di conseguenza, non ho sentito la sua mancanza durante i sette anni nei quali non ha pubblicato dischi, e nemmeno ho provato alcun senso di attesa quando è stato annunciato questo nuovo. Però, come talvolta capita, mi sono trovato a leggere pareri entusiasti di diverse persone fidate e ho dato un ascolto.
Mi sono subito reso conto che queste persone avevano ragione, anzi, ragionissima.

“West End Girl”, infatti, è uno di quei dischi capaci di lasciare il segno grazie, soprattutto, alla forza evocativa delle storie raccontate e al modo con cui esse vengono presentate a chi ascolta. L’ascolto è comunque consigliato anche se si avesse voglia di dare attenzione solo al lato squisitamente musicale, perché, nell’ambito del pop puramente inteso, il livello è altissimo sotto ogni aspetto, tra melodie ammalianti, una produzione raffinata e catchy allo stesso tempo, un’interpretazione vocale versatile e espressiva e un’ottima capacità di passare da uno stile all’altro con assoluta coerenza.
Però, diciamocelo, di quanti dischi si possono dire le stesse cose oggigiorno? Non penso di esagerare quando dico che, ogni anno, noi appassionati che ascoltiamo tanta musica troviamo i pregi di cui sopra in almeno 25-30 dischi nuovi.
La differenza, quindi, è fatta dalla capacità di coinvolgere a tutto tondo, con testi significativi e con scelte musicali, produttive e interpretative che li rendano ancora più speciali. Qui, la struttura narrativa di base è rappresentata dal fallimento del matrimonio tra Allen e David Harbour, attore che interpreta lo sceriffo in “Stranger Things”, per intenderci. Il punto di forza di ciò che viene raccontato, però, è che in realtà, le vicende personali di questa coppia sono solo un punto di partenza, e i concetti espressi possono essere facilmente adattati a situazioni che, purtroppo, ricorrono in ogni relazione sentimentale su questo pianeta, tra aspettative non rispettate, incapacità di farsi valere e tendenza a tenersi il malcontento per sé, segreti non condivisi e scoperti dall’altra persona nei momenti più sbagliati possibile, prese di coscienza del fatto che, comunque, la colpa non può mai essere tutta dall’altra parte.
Anche qui, però, non è certo questo l’unico disco a puntare sugli aspetti della vita umana di cui sopra, ma, invece, è molto più raro trovare quella sorta di reazione chimica che si sprigiona tra le storie come queste e i loro vestiti musicali, che, apparentemente, sono in contrasto, ma la cui combinazione risulta a dir poco magnetica e totalizzante. Sarebbe stato facile, ad esempio, proporre canzoni che riflettessero anche musicalmente tutte le difficoltà presenti nei testi, invece Allen e il suo numeroso team hanno messo insieme canzoni pop che suonano rassicuranti e ammiccanti. Così ci troviamo, per fare degli esempi, una “Ruminating” che, col suo ritmo incalzante, potrebbe sembrare utile a un ballo liberatorio, peccato che le parole ci dicono tutto il contrario perché raccontano proprio di quando non ci si riesce a liberare dai pensieri negativi; una “Sleepwalking” morbida e zuccherosa ma con un testo particolarmente angosciante, visto che racconta di quando siamo costretti a ammettere che la persona che abbiamo sposato e che, quindi, dovremmo conoscere alla perfezione, in realtà ci ha e ci sta manipolando; una “Pussy Palace” ariosa e ammiccante che però parla di quel preciso momento in cui capiamo di aver raggiunto il punto di non ritorno.
Ci si potrebbe chiedere cosa ci sia di così azzeccato nel continuare a proporre questo tipo di abbinamenti “per contrasto”. Non è facile spiegarlo a parole, ma, probabilmente, le storie cantate da Allen colpiscono nel segno proprio perché il loro accompagnamento musicale ci mette nella giusta disposizione d’animo per ascoltarle e provare l’empatia che si meritano. Perché, forse, proporle con una musica triste o angosciante avrebbe rischiato di far suonare tutto troppo melodrammatico e esagerato, invece così viene naturale immergersi nelle situazioni e, di conseguenza, rendersi conto che non è necessario capire quanto di vero e di inventato ci sia, perché l’importante è prendere da esse ciò che può adattarsi anche a ciò che abbiamo vissuto o stiamo vivendo in prima persona.
E quindi, in definitiva, dove lo troviamo un lavoro impeccabile sotto l’aspetto musicale, intenso sotto quello dei testi e capace di suonare così coinvolgente nell’insieme? Secondo me, nel 2025 un disco così non era ancora uscito, e per fortuna ora ce l’abbiamo. Come ogni disco pop che esce su major, la lista di compositori, musicisti e produttori che vi hanno lavorato è pressoché infinita, e personalmente mi fa piacere che in tutte e tre le categorie ci sia anche Oscar Scheller, che avevo intervistato su queste pagine proprio in occasione del suo disco che aveva come singolo di punta quella “1%” che vedeva proprio Lily Allen a duettare con lui. Sfido chiunque, in ogni caso, ad ascoltarlo e a non riconoscere una visione d’insieme forte, azzeccata e chiaramente ispirata dall’autrice e interprete principale. Questo sarà pure un prodotto pop mainstream, ma è quanto di più onesto e emotivamente tellurico sia uscito quest’anno in ambito musicale.
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