Liliya Bachinskaya: «Quando mi dissero che le bambine che aspettavo erano due gemelle siamesi, unite dalla testa»
A volte bastano pochi minuti a cambiare per sempre la vita. A Liliya Bachinskaya è successo durante un’ecografia alla decima settimana di gravidanza, come ha raccontato al Guardian. Era il 2019 e lei era già madre di tre figli: si sdraiò sul lettino, ma lo sguardo improvvisamente teso dell’operatrice le fece capire che qualcosa non andava. La donna uscì di corsa dalla stanza, tornò con un medico che guardò lo schermo e le disse che le gemelle che aspettava erano siamesi.
Per Liliya, nata in Ucraina e residente in California, l’inglese è la seconda lingua: non colse subito il senso delle parole che le vennero rivolte. Solo più tardi, da sola, cercando spiegazioni sul telefono, capì davvero cosa significasse quella diagnosi. Chiamò il marito, Anatoliy, in lacrime. Poi racconta di aver provato una calma improvvisa. Quando Anatoliy rientrò a casa, le disse: «Sono le nostre figlie e le amiamo già». Decisero di andare avanti senza proiettarsi troppo nel futuro, affrontando quello che sarebbe successo giorno dopo giorno.
I medici spiegarono che le bambine erano gemelle craniopaghe, unite dalla testa, una condizione rarissima, e che le probabilità di arrivare al parto non erano molte. «Ma pensai alle bambine che avevo visto sullo schermo e mi rifiutai di perdere la speranza», spiega. Liliya cercò di mantenere la sua normalità: continuò a uscire, a vedere le amiche, a non lasciare che la paura la travolgesse.
Dopo mesi di controlli, una notizia incoraggiante: una risonanza magnetica mostrava che, in futuro, una separazione chirurgica avrebbe potuto essere possibile. Il parto venne preparato con un’organizzazione imponente: oltre duecento medici coinvolti e due équipe distinte, una per ciascuna bambina. La nascita avvenne in anticipo. «Tutto ciò che ricordo è di aver chiesto alla gente di pregare per me, poi le bambine sono state portate in terapia intensiva mentre io ero in uno stato confusionale dovuto ai farmaci. Quando finalmente ho rivisto le mie figlie il giorno dopo, tutto ciò che riuscivo a pensare era: sono perfette. Le abbiamo chiamate Abigail e Micaela. Tenendole tra le braccia, ho provato un amore travolgente».
La vita quotidiana, dal cambio del pannolino all’allattamento, richiedeva adattamenti continui: anche i gesti più semplici dovevano essere reinventati. Nell’ottobre del 2020, quando avevano dieci mesi, Abigail e Micaela affrontarono l’intervento più delicato: 24 ore di operazione, trenta specialisti coinvolti. A causa della pandemia, i genitori attesero lontano dall’ospedale, ricevendo aggiornamenti a distanza. «Quando ci hanno detto che l’operazione era riuscita, mi sono sentita così sollevata che ho fatto fatica a respirare», racconta. «Ho singhiozzato di felicità mentre correvo in ospedale e le vedevo separate per la prima volta. Erano riuscite a girarsi e a guardarsi negli occhi. Era un momento che qualsiasi altra madre di due figli avrebbe dato per scontato, ma per me è stato come un miracolo».
Oggi Abigail e Micaela hanno sei anni. Una corre avanti, l’altra la segue con passo più prudente. Parlano tra loro nel linguaggio complice dei gemelli e sono amate dai fratelli maggiori. «Questo viaggio mi ha mostrato una forza che non sapevo di avere e la capacità di non guardare troppo lontano nel futuro», spiega Liliya. «Oggi Abigail e Micaela sono qui, e questo mi basta».
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