Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii Recensione | Pro e Contro del gioco di SEGA
Recensione Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii
Ogni volta che mi chiedono quali siano i migliori videogiochi PS5 o per altre piattaforme, senza però citare i soliti nomi più noti, spesso mi viene in mente la serie Yakuza, o meglio, Like a Dragon, come si chiama ufficialmente al giorno d’oggi.
È un franchise che mi ha saputo sempre stupire, anche se non riesco mai a consigliarlo senza mettere qualche mano avanti. La serie risulta molto frammentata e ciascun capitolo ha sempre qualcosa di cui è necessario essere al corrente prima di poterlo consigliare a cuor leggero.
Di conseguenza, non appena è stato annunciato Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii, mi sembrava chiaro l’intento di proporre uno spin-off che potesse essere un capitolo scevro dalla complessa narrativa dei predecessori, ed essere un punto di ingresso da consigliare senza esitazioni.
Purtroppo, anche qui devo mettere le mani avanti, ma vi mentirei se non dicessi che è uno degli Yakuza più divertenti, se non il più divertente di sempre, per molti versi.
Scheda videogioco
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Publisher
SEGA -
Sviluppatore
Ryu Ga Gotoku Studio -
Genere
Avventura, azione -
Numero giocatori
1 (Locale) 2 (Solo Minigiochi Retrogaming) -
Lingua
Testi in italiano - Disponibile su
Cos’è Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii
Per iniziare, occorre chiarire di cosa stiamo parlando: Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii è appunto uno spin-off della celebre serie, ma non è del tutto slegato dalla narrativa centrale.
Pur potendo essere fruito senza una conoscenza dei precedenti capitoli, il gioco si ricollega in minima parte al finale di Infinite Wealth, il capitolo uscito lo scorso anno.
La particolarità del titolo risiede nel fatto che la narrazione si distacca dai soliti temi cupi per abbracciare un’atmosfera decisamente più luminosa e soprattutto tutt’altro che intensa, sebbene l’incipit possa far pensare al contrario.
Storia
Il protagonista è Goro Majima, un volto che, seppur familiare agli appassionati della serie, qui assume una veste del tutto diversa: non è più lo Yakuza che conoscevamo, ma un uomo che si risveglia senza memoria su un’isola, salvato in extremis da un bambino di nome Noah.
Il bimbo non solo soccorre Goro, ma lo introduce anche al mondo in cui si è rifugiato: un’isola sperduta, lontana dal caos delle città industriali, dove l’aria pura e la natura incontaminata possono, almeno per un attimo, offrire una tregua alla sua asma.
Proprio il tema dell’asma, inizialmente presentato come una problematica che sembrava avere un ruolo centrale nella storia, viene però trattato in maniera superficiale. Sebbene il giovane Noah susciti immediata empatia, così come la condizione familiare in cui versa, il suo stato di salute viene richiamato solo sporadicamente, quasi dimenticato nel corso della narrazione.
La storia si concentra maggiormente sulle avventure piratesche, sul giustificarle in qualche modo in un contesto malavitoso come è sempre stato quello di Yakuza, e ci riesce abbastanza bene, ma chiaramente manca del tutto quell’approfondimento che ci si aspetta da un titolo della serie.
Certo, non manca qualche personaggio interessante: lo stesso papà di Noah ha uno sfondo narrativo piuttosto interessante, che tuttavia non viene sviscerato con la sensibilità che la saga ci ha riservato in passato.
E quindi si vive una storia di pirati, di ricerca di un inestimabile tesoro, con qualche spasmo qua e là del tocco di Yakuza, che però si fa molto spesso da parte per fare solo da spettatore a una trama che fa più da apripista alle meccaniche, che da veicolo appassionante.
Gameplay
Dalla parte del gameplay, Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii è senza dubbio uno dei capitoli più vari e assortiti della serie.
Il titolo si configura come un tradizionale gioco d’azione, allontanandosi dal sistema a turni che avevamo visto in alcuni capitoli precedenti, come appunto Like a Dragon: Infinite Wealth.
Qui il combattimento è dinamico e si arricchisce di nuove meccaniche: l’introduzione del salto, le schivate multiple e una serie di mosse speciali che, pur non essendo sempre fluidissime, fanno il loro lavoro nel contesto in cui il gioco sguazza, cioè quello che mi piace chiamare “caleidoscopio”.
La vera forza del gioco, infatti, risiede nella moltitudine di attività proposte. Il lato piratesco si manifesta con l’acquisizione di un veliero personalizzabile, per poi finire sulla gestione della ciurma e la partecipazione agli arrembaggi.
E non finisce qui: il titolo include numerosi minigiochi, dal retrogaming ad attività collaterali, alcune riprese e approfondite con nuovi contenuti, come il divertentissimo Dragon Kart (un minigioco di kart) e il Crazy Delivery (una parodia di Crazy Taxi, bellissima!), passando appunto alle novità assolute, tutte legate al tema piratesco.
È bello girare per i territori, sbarcare sulle isole, affrontare piccoli livelli lineari e agguantare tesori, motivare la ciurma con un bel banchetto e cucinare per loro preparando pietanze attraverso un minigioco in pieno stile Cooking Mama.
Certo, se lo si vede nelle singole componenti, il gioco soffre: per dire, le battaglie con le navi risultano molto semplicistiche, così come l’esplorazione delle isole, la cui struttura è davvero troppo lineare e ripetitiva.
Tuttavia, è paradossalmente nella quantità a divertire, nell’assortimento di tutti questi tasselli che compongono il mosaico. E quando il gioco sa di aver raggiunto il limite, ci piazza qualcosina in più, qualcosa che ti tiene incollato: magari una meccanica o due in più per i velieri, delle abilità aggiuntive o ancora un nuovo minigioco, proprio quando credevi fossero finiti.
E tra l’altro, il gioco non si limita a proporre attività isolate: ogni minigioco e missione secondaria contribuisce a far crescere il rango pirata del protagonista, sbloccando ulteriori potenziamenti e opzioni di personalizzazione.
La varietà è il vero cavallo di battaglia di questo spin-off, che riesce a tenere alto l’interesse del giocatore anche dopo molte ore di gioco. Il motivo risiede anche nella durata, minore rispetto ai capitoli principali, visto che in 20 ore è possibile completare la trama, ragion per cui gli sviluppatori sono riusciti a ritmare bene il tutto: nulla vieta di investirne il doppio, ma anche il triplo, per poter affrontare ogni sfida.
Grafica e sonoro
La forza estetica della serie Yakuza è sempre stata nelle vie nipponiche di notte, illuminate dalle sole insegne, che davano molta atmosfera e carattere al gioco.
Da Infinite Wealth, tuttavia, la saga ha cambiato aria spostandosi nelle Hawaii, territorio che fa da sfondo anche a questo Pirate Yakuza, insieme ad altre località balneari.
L’ambientazione esotica non ha lo stesso fascino di Kamurocho, sia chiaro, ma ho apprezzato questo cambio di rotta, è senz’altro molto audace, al netto dei limiti di un motore grafico che mostra tutte le sue debolezze, soprattutto nelle sequenze in mare.
I combattimenti in nave sono tutt’altro che spettacolari, così come i dialoghi, visto che molti avvengono in forma testuale con una regia piuttosto fredda: chiaramente anche la qualità inferiore della scrittura enfatizza ancora di più questa problematica.
Tuttavia, sul versante positivo, il gioco è stato ottimizzato in maniera eccellente, anche e soprattutto su Steam Deck, tanto è vero che ho giocato buona parte dell’avventura mentre ero in viaggio verso il Mobile World Congress.
La colonna sonora e gli effetti sonori si adattano poi bene al contesto piratesco: c’è persino una canzone ballata e cantata da tutta la ciurma nel prologo, che è un vero spasso.
Prezzo e disponibilità
Nota critica per quanto riguarda il prezzo, visto che Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii viene venduto a 60€: la cifra più giusta sarebbe stata 50€, appunto la stessa a cui era venduto il precedente spin-off, Like a Dragon Gaiden: The Man Who Erased His Name.
Del resto molti contenuti sono stati recuperati da Infinite Wealth ed è palese sia stato realizzato con un budget minore rispetto ai capitoli principali.
La chiave per questa recensione è stata fornita da SEGA, che non ha avuto un’anteprima di questo contenuto e non ha fornito alcun tipo di compenso monetario.
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Giudizio Finale
Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii
Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii è un videogioco difficile da valutare in maniera univoca. Se da un lato la trama non raggiunge quella profondità e coerenza che ci si aspetta dai titoli della saga, risultando poco approfondita, dall’altro riesce con successo a proporre un’esperienza di gioco diversa, capace di unire la follia e la varietà dei minigiochi tipici della serie Yakuza, ad un’ambientazione piratesca mai vista prima in questa veste. Sa toccare i tasti giusti per essere assuefacente, al netto dei suoi limiti produttivi e narrativi.
Voto finale
Like a Dragon: Pirate Yakuza in Hawaii
Pro
- Varietà estremamente divertente da sviscerare
- Pieno zeppo di minigiochi ben confezionati
- Il sistema di progressione dà assuefazione
Contro
- La trama ha un bell’incipit, ma uno sviluppo superficiale
- Molte idee del gameplay piratesco meritavano approfondimento
- Il prezzo di lancio è un po’ troppo alto
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