Libri: Al vostro posto non ci so stare – di Fabrizio Bartelloni

De Andrè, la legge i bassifondi dell’umano
Nel libro “Al vostro posto non ci so stare”, Fabrizio Bartelloni costruisce un ritratto di Fabrizio De André che si muove lontano dalle celebrazioni e mitologie più rituali. Ne emerge un artista profondamente immerso nei temi della giustizia, del carcere e della colpa, non come astrazioni morali, ma come luoghi concreti dell’esperienza umana, vissuti, osservati, attraversati. Non soltanto cantati.
De André non è mai stato estraneo a quel mondo di sbarre, di giudici e di condanne: lo ha frequentato con uno sguardo disarmato, senza mai indulgere nel pietismo o nella retorica dell’innocenza assoluta. Al contrario, ciò che attraversa le sue opere – e che Bartelloni restituisce con precisione e rispetto – è una profonda diffidenza verso le certezze, verso i tribunali morali, verso ogni tentativo di ridurre l’essere umano a una sentenza definitiva.
De André amava l’ombra. Abitava una zona intermedia, instabile, obliqua, anarchica, dove non esistono né assiomi incrollabili, né verità eterne.
Una dimensione, oggi, quasi del tutto impraticabile, soffocata da una visione del mondo che pretende risposte semplici ed immediate, schieramenti netti, confini e barriere invalicabili. Viviamo, nei fatti, immersi in un elenco ossessivo di bianchi e di neri, di parti assolutamente opposte, di interpretazioni inconciliabili che incendiano, sistematicamente, ogni dibattito, annichilendo, di conseguenza, il dialogo ed il confronto e trasformandoci, tutti, in tifosi. De André, invece, rifiutava la semplificazione: preferiva il dubbio, la contraddizione, la fatica di restare in bilico.
È anche per questo che la sua voce continua a parlare con una forza intatta. Non avrebbe mai consegnato il proprio pensiero alla velocità e alla superficialità dei social, luoghi che per loro natura appiattiscono, semplificano, riducono. Avrebbe scelto – come ha sempre fatto – il distacco, affidando le sue posizioni al suono, alle parole cantate, alla durata lenta dei versi. In Faber, infatti, non ci sono vessilli, o striscioni, o bandiere: solamente canzoni capaci di incidere, più a fondo e più a lungo, di qualsiasi slogan.
“Di respirare la stessa aria
D’un secondino non mi va
Perciò ho deciso di rinunciare
Alla mia ora di libertà“
In questi versi c’è già tutto: la dignità, il rifiuto della sopraffazione, la libertà interiore che resiste anche dentro una cella.
I dischi di De André si abbattono come venti sulle nostre coscienze: a volte burrascosi, a volte leggeri, mai innocui. Le modellano in modo imprevedibile, intrecciandosi alle nostre esperienze personali e riuscendo, allo stesso tempo, a toccare i nervi scoperti del quotidiano e le ferite collettive. È qui che si collocano i suoi brani dedicati alle leggi, ai giudici, ai carcerati, alle pene, ai rimorsi, alla solitudine più dolorosa e profonda.
Un universo umano che la sua musica non giudica, ma amplifica.
Bartelloni mostra come questo sia sempre stato, per De André, un gesto politico nel senso più prezioso e significativo del termine: dare voce ai fragili, ai marginali, a coloro che la società colpevolizza, isola, calpesta. Non per assolverli, ma per restituire loro complessità, storia, spessore, umanità. In un’epoca che chiede schieramenti immediati e condanne senza appello, “Al vostro posto non ci so stare” ci ricorda quanto sia rivoluzionario, oggi come allora, scegliere di non stare comodi. Di non stare “al nostro posto”.
A suggellare tutto questo, come un epitaffio laico inciso nella pietra della sua poetica, restano le sue riflessioni sull’ipocrisia morale e la conseguente violenza istituzionale. Non è la morte, in sé, a uccidere l’uomo, ma l’arroganza di chi si sente sempre nel giusto, di chi indossa una divisa o una morale, come se si trattasse di un’armatura da utilizzare per colpire chi, ai loro occhi, appare blasfemo.
“Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino
Non avevano leggi per punire un blasfemo
Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte
Mi cercarono l’anima a forza di botte“
In questi versi c’è tutta la distanza di De André dal potere che si traveste da giustizia. Il carcere non è soltanto un luogo fisico, ma uno spazio simbolico in cui l’autorità, incapace di comprendere, sceglie di reprimere. Il blasfemo non viene punito per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta: una crepa nell’ordine morale, una voce dissonante, una libertà che non chiede permesso.
Ed è forse qui che De André continua a parlarci con maggiore urgenza. In un tempo che reclama obbedienza alle verità prefabbricate, che pretende schieramenti repentini e condanne nette, il cantautore genovese ci ricorda che la violenza più feroce non nasce dall’assenza di leggi, ma dal loro uso cieco. Non dalla mancanza di morale, ma dalla sua imposizione.
De André, ancora una volta, non assolve, né condanna: osserva, racconta, lascia che siano le parole a ferire più delle sentenze. E ci invita, senza proclami, né bandiere, a restare dalla parte scomoda del dubbio, dove l’umanità sopravvive anche quando qualcuno prova a strapparle l’anima a forza di botte.

Editore: Pacini Editore
Autore: Fabrizio Bartelloni
Lingua: Italiano
Pagine: 144 pagine
ISBN: 979-1254865354
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