Toscana

“Libere voci. Ballate per le donne nella Resistenza” in sala Pegaso

Grosseto. La storia delle donne toscane ha nella Resistenza e nell’esperienza della guerra partigiana uno dei suoi punti nodali, forse il più importante: le loro vicende si sviluppano fra il 1943 e il 1945 come traiettorie esistenziali variegate, che mettono in discussione il rapporto tra la resistenza civile e armata, evidenziando il ruolo della scelta, e che talvolta proseguono nella lotta di classe, attraverso i ruoli politici assunti da talune nel dopoguerra e intersecando i temi delle libertà politiche, di classe e di genere. Si tratta di vicende che non sempre sono emerse nella narrazione resistenziale, segnando in questo una netta differenza rispetto ai partigiani che hanno contribuito negli anni a nutrire quella narrazione eroica tutta al maschile della lotta di liberazione dal nazifascismo che si è avviata fin dall’immediato dopoguerra. 

Anche la storiografia a lungo si è occupata in modo marginale delle donne e spesso in prospettive segnate da quella impostazione maschile dominante che, dalle fonti coeve alla memorialistica alle narrazioni pubbliche, ha contraddistinto la storia della Repubblica. Tuttavia, nuove generazioni di storici e storiche hanno iniziato a guardare a questi temi con sensibilità e domande rinnovate, la presenza delle donne nella Resistenza è finalmente oggetto di studi e interesse crescente nella società tutta. In questo contesto gli Istituti della Resistenza e dell’età contemporanea toscani hanno realizzato, in occasione dell’80esimo della Resistenza, un progetto di rete importante che, sulla base della documentazione già conservata nei loro archivi, ha voluto impostare una sorta di album di famiglia che ritraesse alcune di queste donne, seppure per quel poco che resta talvolta delle loro biografie. 

Oggi Isgrec, nuovamente sostenuto dalla Regione Toscana, torna a dedicarsi alla ricerca sulle donne che hanno combattuto contro il nazifascismo, ponendo le basi del futuro democratico dell’Italia, e riscopre nuove figure femminili del territorio. “Libere voci. Ballate per le donne nella Resistenza” è un progetto, in partenariato con AnimaScenica Teatro e Commissione pari opportunità della Provincia di Grosseto, che unisce ricerca storica, linguaggio performativo del teatro canzone e finalità di divulgazione della storia delle donne. Vuole ricostruire, attraverso la ricerca, storie di donne che hanno partecipato alla lotta di Liberazione, armata e civile, per trasformarle in “ballate”, con musiche e testi originali e la produzione artistica di uno spettacolo di teatro-canzone da utilizzare in contesto didattico per la trasmissione della memoria del patrimonio storico e culturale della Resistenza. 

Il progetto

A partire dalle vite di queste donne (alcune già note, altre riemerse recentemente dalle carte degli archivi) e, laddove possibile, delle loro “voci” raccolte attraverso le testimonianze, il progetto crea una produzione artistica originale, suddivisa in due filoni: quello teatrale per l’evocazione dei personaggi, che verranno presentati in carne e ossa sul palco, e quello della composizione musicale per la creazione di “ballate” che possano rappresentare un modo fresco e innovativo per divulgare la storia delle donne toscane nella Resistenza. Forme di narrazione artistica che generano emozioni capaci di valorizzare la cultura della memoria, favorendo la trasmissione del patrimonio storico, politico e culturale dell’antifascismo e della Resistenza.  

Da queste considerazioni il progetto è partito per raccontare lo specifico di individualità femminili che si trovarono allora ad attraversare la storia, ma anche per esprimere i fili invisibili che a quelle donne ci legano ancora. Assunta, Caterina, Mariella, Licena, Sofia, Virginia... sono donne le cui storie si incrociano fra loro, con la storia grande e con la storia locale, attraverso percorsi e traiettorie che dal territorio maremmano si dipanano sul territorio regionale e nazionale. Le loro voci risuonano fino a noi grazie alla narrazione artistica, per raccontarci di scelte che furono espressione di volontaria e sofferta adesione alla lotta per la libertà e la democrazia. Perché riproporre il passato può servire a non perdere il filo della nostra storia, che è anche storia dei sentimenti degli uomini e delle donne, rintracciabili attraverso i canti che ci hanno spesso consegnato suoni e parole in grado di rappresentare i grandi cambiamenti epocali e tramandare ideali dal profondo significato simbolico e politico, di rivendicazione, di denuncia, di lotta.

Il progetto sarà presentato da Ilaria Cansella (direttrice dell’Isgrec) domenica 8 marzo, alle 17.30, nella sala Pegaso del Palazzo della Provincia di Grosseto; introdotto da un flash mob in cui a prendere la scena saranno le parole della partigiana di Santa Fiora Wanda Parracciani, l’evento vedrà a seguire un assaggio in anteprima dello spettacolo di teatro e musica dal vivo di AnimaScenica Teatro basati sulla ricerca dell’Isgrec, con la regia di Irene Paoletti, musiche di Emanuele Bocci e l’interpretazione di Benedetta Rustici, Elisa Bartoli, Irene Paoletti, Pablo Torregiani. Con il partenariato di Commissione pari opportunità della Provincia di Grosseto.

I profili femminili

Assunta Clementi, classe 1898, fu la madre di Primo Rosi, uno dei giovanissimi partigiani che fondarono la formazione partigiana di Tirli-Castiglione della Pescaia pochi giorni dopo l’armistizio. In quanto persona fidata, fin dal gennaio 1944 ad Assunta fu affidato il compito complesso e di grande responsabilità di informatrice della banda. Spostandosi a piedi, “con le gambe” come ha affermato con orgoglio, e sempre da sola, portava messaggi e informazioni, ma provvedeva anche alle necessità dei partigiani, cucinando e portando i pasti all’accampamento. Il 13 giugno 1944, a guerra quasi conclusa, fu uccisa in mezzo alla campagna da una pattuglia nazifascista. Il suo nome compare nella lapide apposta all’ingresso del palazzo della Provincia di Grosseto, dedicata alla memoria dei partigiani morti in combattimento. Uniche donne presenti lei e Norma Parenti.

Caterina Sellari, classe 1914, moglie di Antonio Meocci, fu attiva nel Comando militare di Grosseto fin dal 9 settembre 1943 quando il suo intervento permise alla rete cospirativa grossetana, sfollata dopo un bombardamento, di ricongiungersi presso la tenuta di Campospillo e fondare il primo Comitato provinciale grossetano di Liberazione nazionale. È Aristeo Banchi “Ganna” a ricordarci il suo primo incontro con lei presso il cimitero di Scansano, quando da Caterina fu indirizzato al luogo di ritrovo con gli altri. In seguito, fu attiva nel collegamento fra il Comando militare e la formazione di Montauto, dove si trovava Antonio Meocci, portando settimanalmente alla banda informazioni, materiali di propaganda, direttive, ma anche armi e una radio trasmittente. Fu riconosciuta patriota, ma la sua storia è forse rimasta offuscata rispetto a quella ben più nota del marito, che fu nominato presidente del Comitato di Liberazione di Grosseto. Dopo la guerra Caterina fu riconosciuta patriota.

Mariella Gori, classe 1923, figlia di Giuseppe Gori, antifascista in casa del quale venne fondata una delle primissime bande della Maremma grossetana. Mariella, appena sedicenne, partecipò alle molte riunioni fatte fra l’8 settembre e l’ottobre 1943 e giurò in nome della democrazia e della libertà insieme al futuro comandante della formazione della zona, Sante Arancio, e agli altri partigiani. Da qualche giorno prima del Natale 1943 a fine marzo 1944 Mariella fu alla macchia proprio con la banda guidata da Arancio. Svolse la funzione di staffetta: girava armata di una pistola Beretta che portava sempre con sé, raccoglieva vestiti, viveri, informazioni che riportava all’accampamento. Dopo la guerra Mariella fu riconosciuta partigiana combattente.

Licena Rosi, classe 1901, sorella di Siro Rosi, volontario nella guerra civile spagnola e poi combattente nel maquis francese e nella Resistenza in Val d’Ossola, Licena fece sua fin da subito la scelta antifascista della famiglia e soprattutto del marito Elvino Boschi: lo seguì al confino impostogli dal regime nel 1937 in Basilicata, poi portò avanti da sola la famiglia durante il carcere di lui. Solo alla sua morte, sotto il bombardamento del lunedì di Pasquetta, decise di sfollare da Grosseto e cercare aiuto nella famiglia paterna, stabilitasi in Lucchesia. Qui Licena visse la sua vicenda resistenziale: fu staffetta in Garfagnana, operativa nella XI Zona Patrioti a ridosso della Linea Gotica. Nel 1944, però, Licena rientrò a Grosseto, già liberata da alcuni mesi, per portare avanti un’altra battaglia, quella politica nelle file del Partito comunista, di cui era aderente. Nel marzo 1946 fu eletta con la lista del Pci, unica donna a Grosseto (fra le pochissime di tutta la provincia), nel Consiglio comunale cittadino, per poi entrare a far parte della Giunta presieduta dal sindaco Lio Lenzi con il ruolo di assessora all’istruzione, ruolo in cui dette impulso alla ricostruzione nell’ambito dell’istruzione e della cultura. Nel dopoguerra Licena fu riconosciuta partigiana combattente.

Sofia Orlandini, classe 1911, è una figura solo recentemente riemersa grazie alla ricerca. Il suo nome, l’unico femminile, risulta all’interno del ruolino della banda grossetana “Vittorio Alunni”. Di lei si sa molto poco: sorella del più noto antifascista Enrico Orlandini, gestore del mulino in via de Barberi che fu ritrovo di una cellula clandestina di Giustizia e Libertà in contatto con Firenze, arrestato e confinato nel 1942, non abbiamo prove di un coinvolgimento di Sofia alla rete cospirativa antifascista prima dell’avvio della Resistenza. Sappiamo però che, sicuramente a partire almeno dal gennaio 1944, nascondeva e dava asilo nella propria casa di Grosseto ai membri del Comitato ,ilitare. Procurava inoltre medicinali per la formazione: curò infatti i partigiani colpiti dal fuoco nazifascista durante gli scontri avvenuti al momento della liberazione di Grosseto e, si legge nelle carte, “si distinse per il suo spirito di abnegazione per il suo elevato senso del dovere raccogliendo feriti sotto l’infuriare della battaglia e della minaccia dei tedeschi”. Nel dopoguerra Sofia fu riconosciuta patriota.

Virginia Cerquetti, classe 1917, dall’8 settembre 1943 risulta a Manciano, dove partecipò alle riunioni clandestine che portarono alla nascita della formazione partigiana di zona, insieme al marito Sante Gaspare Arancio, che ne divenne il comandante. La sera di Natale 1943, Virginia, dedita in paese alla propaganda e al reclutamento per la banda, fu costretta a fuggire con la famiglia, perché preavvisata del loro arresto deciso dalle autorità repubblichine del luogo. Virginia da quel momento visse alla macchia con la formazione, partecipando ai combattimenti nonostante il suo stato di avanzata maternità: il 28 febbraio 1944 all’accampamento diede alla luce una bambina, cui, per espressa volontà dei partigiani, fu dato il nome di Annabella. Dopo la guerra Virginia fu riconosciuta partigiana combattente.


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