Liberation (si fa per dire) Day, quasi un anno dopo
Il 2025 doveva essere l’anno della svolta. L’anno delle tariffe di Donald Trump, del “Liberation Day” commerciale, dell’inversione della globalizzazione e della fine del deficit commerciale americano (sia nei beni, che nei servizi gli Usa hanno un surplus da tempo). È stato anche l’anno della svalutazione nominale del dollaro, visibile sia nei confronti delle principali valute bilaterali sia negli indici trade-weighted.
La liberazione annunciata consisteva in una riduzione delle importazioni, aumento dell’export e chiusura del buco commerciale. Il deprezzamento avrebbe dato un ulteriore contributo e la produzione manifatturiera sarebbe tornata negli Usa dal resto del mondo (ovvero dalla Cina). I commentatori più pessimisti – quelli per cui il crollo del capitalismo mondiale e alle porte ogni week end – avevano anche preconizzato la sedicesima fine della globalizzazione dal 2000.
Il commercio internazionale, dispettoso, non si è invece fermato. Nel 2025, rispetto al 2024, il livello del commercio (export+import di beni e servizi) è cresciuto, e non poco. Nei primi dieci mesi dell’anno l’aumento è stato superiore al 6% su base annua, con una dinamica dei servizi persino più sostenuta dei beni. Altro che “de-globalizzazione”: i volumi e i valori hanno continuato ad aumentare, confermando che catene del valore e scambi si riorientano, ma non evaporano per decreto.
Negli Stati Uniti sono aumentati sia export sia import, in valore, sia per i beni che per i servizi. La svalutazione del dollaro ha fatto il suo mestiere: ha sostenuto l’export (soprattutto di servizi) e reso più costose le importazioni. Ma il risultato netto non è stato la compressione del commercio, bensì la sua espansione nominale. Le imprese hanno continuato a comprare e vendere; hanno cambiato fornitori, rotte e prezzi relativi, non il fatto di commerciare.
Il deficit commerciale Usa non è scomparso. Anzi. Nei primi dieci mesi del 2025 il saldo totale (beni+servizi) è peggiorato rispetto allo stesso periodo del 2024; nella stima sull’anno intero resta sostanzialmente invariato. Dentro questo quadro c’è un fatto chiaro: il surplus dei servizi è aumentato, grazie alla crescita dell’export e all’effetto cambio; ma il deficit dei beni è rimasto ampio e sufficiente a dominare il totale. Potete leggerla in due modi, e contano entrambi: i vantaggi comparati createsi nei decenni non scompaiono per variazioni nominali del 10-15%, specialmente se incerte. Eppoi l’identità contabile ha le sue ragioni: senza un cambiamento nei flussi di risparmio e investimento, i dazi non “aggiustano” i saldi.
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