Libeccio, il maxi incendio all’impresa Soigea che non si piegava alle richieste estorsive
Operazione Libeccio, la denuncia del patron dell’impresa Soigea dopo l’incendio che distrusse 5 mezzi e la protesta della gente di Isola
ISOLA CAPO RIZZUTO – Il fuoco venne appiccato nella notte del 22 aprile 2024 e innescò un maxi incendio che distrusse cinque mezzi pesanti della ditta Soigea. Le immagini registrate dal sistema di videosorveglianza immortalarono l’autore del rogo mentre fuggiva, ma era impossibile riconoscerlo. Andarono completamente distrutti escavatori, bobcat, autocarri. L’importante impresa, braccio operativo dell’Enel in un vasto territorio, era finita nella morsa delle cosche di Isola Capo Rizzuto. In particolare, della fazione di ‘ndrangheta capeggiata da Pasquale Manfredi, da sempre collegata alla cosca Nicoscia. Un episodio che suscitò indignazione nella comunità, che scese in piazza con in testa la sindaca Maria Grazia Vittimberga per manifestare solidarietà ai lavoratori. Si temeva che l’impresa scappase dalla Calabria.
LA DENUNCIA
L’inchiesta trae le mosse anche dalla denuncia presentata da Aniello Pappacena, fondatore dell’impresa, già finita nel mirino del “locale” di ‘ndrangheta di Cirò. Uno dei capi d’accusa dell’inchiesta che portò nel 2023 all’operazione Ultimo Atto ha a che fare proprio con le estorsioni patite da Soigea nel Cirotano. Ma in ogni posto della Calabria in cui la ditta esegue appalti commissionati da Enel si presentano gli uomini dei clan. Per questo Pappacena aveva “catechizzato” i suoi collaboratori, chiedendo loro di informarlo di ogni richiesta estorsiva.
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LE PRESSIONI
E venne fuori che prima e dopo l’incendio avevano fatto pressioni sul capo cantiere alcuni uomini delle cosche. Volevano parlare col titolare. Si erano detti disponibili ad essere contattati telefonicamente. «Non siamo noi che dobbiamo telefonare a lui ma è lui che deve rintracciare noi», precisavano. Intanto, le indagini convergevano sulle figure di Rosario Capicchiano e Giuseppe Liberti, che, conversando tra loro, discutevano della strategia da adottare per imporsi con decisione.
“GLI ABBIAMO FATTO 500MILA EURO DI DANNI”
In questo contesto i carabinieri del Reparto operativo di Crotone e la Dda di Catanzaro hanno captato l’intercettazione chiave. La pistola fumante, per così dire. «Noi che gli abbiamo fatto 500 mila euro di danni. Gli hai bruciato un bobcat, un escavatore». Così Liberti si rivolgeva a Capicchiano, secondo la ricostruzione accusatoria. Soigea, infatti, non si piegava alle pretese estorsive. Alla conversazione avrebbe partecipato anche Serafino Bruno Morelli che ipotizzava: «Ammazziamo gli animali». Un riferimento, forse ai cani posseduti da uno degli interlocutori dell’impresa.
LE MINACCE
Era preoccupato, il tono della voce del patron, quando contattò i carabinieri. La denuncia sarebbe stata poi estremamente precisa e metteva in rapporto le richieste di pagamento non soddisfatte con le ritorsioni. Intanto, le richieste riprendevano «anche con modalità più incalzanti e con minacce inequivocabili», denunciava l’imprenditore. Quelli che si presentavano sembravano gli stessi che avevano avvicinato i referenti dell’impresa prima dell’incendio.
IL “GIUSTO CONSIGLIO”
La preoccupazione del patron era legata anche al fatto che i cantieri della ditta sono dinamici. Molte commesse erano dislocate nelle province di Catanzaro e Crotone. Trait-d’union tra il clan e la ditta sarebbe stato un dipendente, a quanto pare remunerato per aver ottenuto gli appuntamenti mirati a ottenere un accordo. Il ruolo di Catanzaro sarebbe stato quello di complice nell’estorsione. L’obiettivo del clan era quello di fare in modo che l’imprenditore si rivolgesse a lui per avere il «giusto consiglio».
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