Umbria

«L’ho spinta contro l’armadio, poi non ricordo nulla»: Romita sotto torchio in aula

di Marta Rosati

«Avevo bevuto e poi abbiamo discusso tutta la notte: l’ho spinta contro l’armadio, ma non ricordo cosa è accaduto dopo. Soffro per quello che ho fatto, sono colpevole». È durato oltre tre ore l’esame di Nicola Gianluca Romita, 48 anni, in carcere dal 26 marzo 2025 per aver strangolato e ucciso la moglie Laura Papadia, 37 anni, all’interno dell’abitazione di via Portafuga, nel centro storico di Spoleto. Nel corso dell’udienza odierna le parti civili hanno anche chiesto alla Corte d’Assise di Terni (presidente Tordelli) di disporre una perizia per estrapolare e quindi analizzare i dati dell’iPhone di Romita e del dispositivo Android di Papadia, recuperati in due tempi nell’area al di sotto del Ponte delle Torri di Spoleto. In base a quanto emerso, infatti, i due smartphone non sarebbe stato possibile analizzare per questioni tecniche a cui, però, il consulente portato in aula dalle parti civile, Salvatore Filograno, ha sostenuto di poter tentare di ovviare. Sul punto la Corte si è riservata di decidere al termine dell’istruttoria dibattimentale. Nella terza udienza del processo per il femminicidio è stato sentito anche il fratello della vittima, Fabio, che ha raccontato di come la sorella fosse cambiata dopo il matrimonio con Romita, diradando di molto i rapporti e allontanandosi di fatto da lui. 

L’imputato reo confesso, invece, davanti ai giudici, al sostituto procuratore Alessandro Tana e agli avvocati è tornato a parlare delle liti con la moglie scaturite dal desiderio di lei di avere un figlio, mentre lui non ne voleva, perché già padre di due ragazzi avuti da precedenti relazioni. Romita ha collocato alla fine del dicembre 2024 l’inizio delle tensioni con la moglie, ammettendo i suoi ripetuti allontanamenti dall’appartamento di Spoleto, ma inquadrandoli come interruzioni della relazione coniugale, che però poi riprendeva. L’imputato, incalzato dal sostituto procuratore Alessandro Tana e dagli avvocati delle parti civili, ha anche riferito di due rapporti non protetti avuti con la moglie nelle prime settimane del 2025, coi test di gravidanza che poi hanno dato esito negativo. 

Su quanto accaduto tra la sera del 25 marzo e le prime ore del 26 marzo, quando ha ucciso la moglie, l’imputato continua a «non ricordare», sostenendo che quelle ore di lite sfociata in femminicidio nella sua testa «non durano più di un minuto», a causa di quella che ha definito «una percezione del tempo alterata». L’agente di commercio 48enne, che nel 2021 si è sposato con Papadia, ha quindi ricostruito la giornata del 25 marzo, iniziata con un suo risultato professionale, proseguita con alcune compere fatte con la moglie, la cena a casa e, infine, l’ennesima lite per il desiderio di maternità di lei. 

Dell’aggressione, culminata con lo strangolamento e l’uccisione della 37enne, Romita continua a sostenere di non ricordare nulla: «Non ero io, non ero lucido, avevo perso la ragione». Difeso dagli avvocati Luca Maori e Luca Valigi, l’imputato non ha però dimenticato i tentativi compiuti per togliersi la vita, «quando mi sono reso conto di quello che avevo fatto»: prima ha provato in casa, poi alle 7.30 della mattina del 26 marzo è uscito dall’appartamento portando con sé un coltello e ha raggiunto il Ponte delle Torri, impiegando tre ore a fronte di un percorso che si compie in 15 minuti a piedi. Nel mezzo diverse telefonate, anche alla ex moglie, che ha poi dato l’allarme. «Non ce l’ho fatta a togliermi la vita, non ho avuto lucidità o forza, sono debole», ha infine detto.

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