Politica

L’Europa sogna l’autonomia militare ma fa i conti con la realtà – Altre news

L’America, per l’Europa della difesa, è croce e delizia. Buon egemone sin dalla fine della Seconda Guerra, resta nel Vecchio Mondo al termine del conflitto su insistenza di Londra e Parigi, sia in chiave anti-sovietica che anti-tedesca. Il primo segretario generale della Nato, il britannico Lord Ismay, coniò una frase geniale per sintetizzare il ruolo dell’Alleanza: “Tenere la Russia fuori, l’America dentro e la Germania sotto”. Nel tempo, però, gli Usa sono cresciuti a dismisura atrofizzando le capacità degli alleati europei. Che ora faticano a costruire una loro autonomia, tanto operativa quanto strategica.

Il disimpegno dell’America, in alcuni circoli Nato, viene dunque visto persino come “un’opportunità” poiché, è il ragionamento, finché Washington sarà presente in modo così preponderante nella sicurezza europea non ci sarà un vero incentivo, da parte dei singoli Stati, ad invertire la rotta.

“L’accordo attuale viene trattato come una polizza assicurativa vantaggiosa e semmai si dovrà pagare un premio più alto”, spiega un’alta fonte diplomatica alleata. Il sistema, nei decenni, si è talmente radicato che nemmeno la Francia, che pure non ospita basi americane e non fa parte del Nucelar Planning Group, auspica uno smantellamento dell’architettura di Comando&Controllo Alleato. Banalmente, non si saprebbe come rimpiazzarlo. L’Ue è vista come “totalmente inadatta” a sostituire la Nato. “Possiamo immaginare gli eserciti affidati alla guida suprema del Consiglio Europeo?” azzarda un funzionario. La risposta al momento è semplice: no. C’è poi persino una componente psicologica. Gli Usa, da buon egemone, interpretano quasi il ruolo degli adulti ne ‘Il Signore delle mosche’ e, scomparsi loro, si teme il caos o una disordinata lotta per la successione.

Ecco perché la via all’autonomia parte dalla dimensione industriale. Intanto va ricostruita la capacità operativa delle forze armate europee, soprattutto nell’area sensibile degli abilitatori strategici: aerei cisterna e da trasporto, missili a lungo raggio (si parla di Tomahawk blustellati), capacità difensive aeree avanzate (minacce balistiche e da crociera nonché droni), satelliti, cyber, capacità C2 e caccia di ultima generazione. La lista è lunghissima. L’industria bellica europea ha grandi potenzialità e tecnologie ma opera in un contesto frammentato (si fa spesso l’esempio delle decine di modelli di carri armati in Europa rispetto agli Usa, dove ce n’è uno solo). I programmi della Commissione sono tutti incentrati a colmare questi deficit, stimolando nel mentre un sentimento comune alla difesa.

A Bruxelles, d’altra parte, si nota come siano stati proprio gli Stati Uniti ad impedire lo sviluppo di certi armamenti in una logica di “pianificazione integrata a livello Nato” per evitare doppioni. Morale. L’industria della difesa americana domina il mercato europeo – si è raggiunto un picco di oltre il 50% degli acquisti totali, ora sceso a circa il 40% – e Washington sta facendo pressione sulle capitali per mantenere gli ordini e non essere esclusa dai programmi comunitari, come il SAFE. Il Pentagono, di contro, acquista solo l’1% dall’Europa. “Gli Usa ci chiedono di prenderci carico della difesa convenzionale e di aumentare la spesa fino al 5% per condividere il peso della sicurezza ma, al contempo, di spendere i soldi in America”, lamenta una fonte alleata. Ed è un’altra fonte di attrito con Trump.

La sfida, per l’Europa, è quindi molteplice. Non solo deve aumentare la spesa militare in generale, dopo decenni di tagli, ma deve anche imparare a spendere meglio, in modo collaborativo (gli appalti congiunti restano sotto il 20%) e in fretta — il tutto però in un quadro d’indirizzo coordinato a livello Nato, dove l’America domina. La confusione, insomma, è immensa. Eppure ora o mai più. 

Riproduzione riservata © Copyright ANSA


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »