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L’Europa “della pace” e il rischio della deriva antiamericana

«Sfida», «Frattura» nei titoli di testa, entusiasmo per la nostra virtuosità europea che ci contrappone agli Stati Uniti: «Un’Europa di pace», dice l’Avvenire e da dietro l’angolo l’immagine bellicistica di Trump. Il coro europeo, si illumina di soddisfazione: la conferenza di Monaco sulla sicurezza basa la ripresa dell’Europa su un vecchio amico: l’antiamericanismo. È legittimo, certo, rifarsela col superbo Vance di un anno fa, che accusò l’Europa di essere viziata e inerte, non lo è però ignorare che Marco Rubio ha rimediato. Ma è la sostanza del discorso europeo attuale che si avventura in calcoli sbagliati circa un’alleanza che invece balena necessaria all’orizzonte.
Trump ha fatto sapere nelle ultime 48 ore che gli ayatollah hanno 30 giorni per dire sì o no alla proposta americana. La trattativa inizia questa settimana, Wittkoff e Kushner sono per strada verso Ginevra, ma è difficilissimo. Se l’accordo non ci sarà, il presidente promette una situazione molto «traumatica», come ha detto. Trump vuole tre rinunce: «Il nucleare, i missili balistici, i proxy e i terroristi armati». Ha anche ripetuto che sarebbe davvero bene che il regime assassino che fa tanti morti e feriti (dunque un ritorno alla promessa di soccorso) se ne andasse. Obiettivi quasi impossibili, e Trump lo sa: gli ayatollah e le Guardie della Rivoluzione sono per natura convinti di compiere così la loro più santa missione, la finale venuta del Mahdi che porterà al mondo intero la conversione all’Islam. Da qui il nucleare e tutto il resto, e la promessa di distruggere Israele e sottomettere l’Occidente.
Non sono chiacchiere: il vertice iraniano entrerà in qualsiasi scontro per il suo scopo, fino alla morte dei nemici e sua. L’Europa sa che in questo caso le migliaia di missili balistici, le armi misteriose di cui il regime è dotato, considereranno l’Europa, le sue capitali come un obiettivo apocalittico. Il Vaticano rientra nel numero. L’Iran non ambisce a soluzioni diplomatiche, vuole oggi usare la diplomazia come ha fatto per anni, una versione della tahjia, la bugia per cui ogni musulmano ha il permesso religioso se la sconfitta del nemico lo richiede. L’Europa sa benissimo che l’Iran è anche suo nemico, lo è moralmente perché è un Paese nazista, perché persegue la bomba atomica, perché gli ha già applicato lo snap back per mancanza di affidabilità, perché è legata alla Russia contro l’Ucraina, perché la definizione delle Guardie della Rivoluzione come entità terroristica da parte della UE è stata minacciosamente chiamata «un errore strategico».
Noi, mentre la Gerald Ford si avvicina, siamo contenti che l’Europa si dichiari su un altro fronte rispetto agli Usa? Non è invece più saggio impegnarsi perché il fronte occidentale finalmente si saldi contro l’Iran e la Russia alleati? E la Germania forse non dovrebbe mai gridare «la nostra vacanza dalla storia è finita». La storia e l’onore d’Europa si restaurarono sulla loro vacanza e con l’aiuto yankee.
Ilsorprendente dispiegamento della portaerei Ford verso il Medioriente, in un momento in cui la nave ha già superato otto mesi di missione continuativa, rappresenta un azzardo strategico che rivela le profonde fragilità della flotta statunitense e anche delle non trascurabili tensioni politiche tra Washington e Gerusalemme. Sebbene nominalmente la US Navy vanti undici portaerei a propulsione nucleare, la realtà operativa segue la rigida logica del ciclo tripartito, per cui ogni unità in mare ne richiede una in fase di addestramento e una ferma in manutenzione per anni.
Attualmente, la reale capacità di proiezione si riduce a tre sole unità: la Washington, vincolata alla difesa dell’Indo-Pacifico tanto da esser finanziata in parte dal governo giapponese, la Lincoln, già impegnata nel Golfo, e appunto la Ford. Mantenere la Ford operativa oltre il limite dei sei mesi canonici significa contrarre un debito tecnico e umano che la US Navy pagherà a caro prezzo in futuro. Saltare i cicli di manutenzione programmata su una nave così tecnologicamente complessa accelera l’usura di sistemi critici, rendendo i futuri interventi in cantiere molto più lunghi e rendendo più difficile la prontezza operativa non solo della Ford, ma dell’intera flotta.
A questo si aggiunge l’altissimo rischio di incidenti dovuto all’affaticamento dell’equipaggio e il pericolo che molti marinai specializzati, logorati da un dispiegamento estenuante, decidano di non rinnovare il contratto, privando la US Navy di competenze difficilmente sostituibili. Trump sta pagando questo prezzo altissimo nel tentativo di esercitare la massima pressione sull’Iran, perché l’analisi del recente incontro con Netanyahu suggerisce che la strategia americana non coincide del tutto con quella israeliana.
La mancanza della consueta enfasi trionfalistica di Trump nel messaggio in cui descrive il dialogo con il primo ministro fa trasparire un disaccordo di fondo: Israele preme per un accordo oppure un attacco che smantelli l’intero apparato missilistico e le milizie affiliate iraniane, mentre Trump ha fretta e punta a un nuovo accordo nucleare potenziato che gli permetta di chiudere la partita in tempi brevi.
Il dilemma di Trump è che non può accontentare gli israeliani lanciando una campagna di logoramento a lungo termine, poiché non può permettersi un’altra guerra infinita mediorientale a ridosso delle elezioni di Medio Termine, ma allo stesso tempo non può perdere la faccia restando inerte se l’Iran rifiutasse un accordo.

Il dispiegamento della Ford serve a Trump per lanciare agli iraniani un messaggio implicito: i tempi stringono, tanto che non può attendere la piena prontezza della Bush e, in assenza di una veloce intesa sul nucleare, l’Iran pagherà comunque un prezzo, seppur inferiore a quello auspicato da Israele.


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