L’esilio amaro del panettone passato il Natale

Me li immagino i produttori di panettone, dopo Natale, con lo spleen che ti prende finite le feste. Quel senso di stanchezza e di vuoto, quei giorni liberi che sembrano non passare mai, quel telefono muto, nessuna call da organizzare. Solo silenzio e canditi, silenzio e canditi. E in quel momento, passati i primi giorni di quiete, a ognuno di loro viene in mente la solita, unica, vera e ricorrente domanda esistenziale. Come facciamo a vendere il panettone tutto l’anno? E ogni anno ci provano a instillare il dubbio sensato che una fetta di panettone nel caffelatte si potrebbe anche mangiare ad aprile se non a ferragosto. Perché no? Che cos’ha di diverso da un bombolone, da un maritozzo, da una brioche gonfia di marmellata o di crema pasticciera? Niente. Il panettone è un alimento come gli altri, si potrebbe mangiare sempre, magari farcito di frutta esotica, magari con le fragole, ma intanto fuori dalle feste nessuno lo compra più. Questo perché il panettone a Natale è più buono e a dimostrarlo sono quelle confezioni avanzate che restano in un mobile della sala, o sulla credenza, per un tempo lungo, lunghissimo, eterno, un viaggio al termine della mummificazione, una mutazione da dolce a reliquia. Nessuno ha il coraggio di buttarlo via, come se eliminarlo fosse un gesto irreversibile, una dichiarazione di fine delle feste più definitiva di smontare l’albero. Ogni tanto lo si sposta, lo si gira, lo si apre “per vedere com’è”, e richiude subito, rassicurandosi che tanto i panettoni sono sempre buoni. È quello che hanno pensato anche i Giorgis, persone perbene e senza particolari pulsioni omicide, quando una sera ci hanno servito un panettone dell’anno prima, scaduto a giugno. «Tanto si sa che i panettoni sono sempre buoni», avevano detto. Ma il panettone non è fatto per durare, né per adattarsi ad altri climi. Il suo habitat è natalizio e nel confine della data di scadenza, fuori stagione si deprime, fuori tempo avvizzisce. E quello dei Giorgis era così, secco e morto come le stagioni andate, appeso alla vitalità affaticata dei canditi e a qualche residuo di mollezza di un’uva passa davvero passata. E per una volta, mentre il bolo ci rubava l’ossigeno e i nostri visi trasfiguravano, abbiamo salutato l’ineluttabile calice di prosecco, di cui i Giorgis sono implacabili dispensatori, con la profonda gratitudine che si deve a un dispositivo salvavita.
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