Cultura

Lee Cronin – La Mummia, un’opera horror piena di citazioni fra avanguardia e tradizione

Sinners – I peccatori ha dimostrato a tutti che l’horror non è morto, è cambiato radicalmente facendo riferimento alla scuola di Hitchcock: meno violenza e sangue, più tensione e brivido. In altre parole: ci si ferma un attimo prima della manifestazione violenta o della rivelazione emotiva. Si lascia volutamente lo spettatore a metà, con il pathos che evita di deflagrare immediatamente, affinché la tensione prenda il sopravvento sulla paura e possa generare un cortocircuito mentale che avvolge lo spettatore – lo conquista se il lavoro è fatto bene – fino ai titoli di coda.

Il genere horror non fattura più con lo spavento, ma con la pressione psicologica che avvolge l’anima e la coscienza degli appassionati. Questa lezione Lee Cronin, dopo film come Hole – l’abisso e La Casa – il risveglio del male, sceglie volutamente di ignorarla per riportare la narrazione di un grande classico su un altro binario. Una versione più integralista rispetto a quella che è la storia de La Mummia nella sua interezza. Blumhouse, anche in questo caso, vuol dire rielaborare le certezze per arrivare a colpire lo spettatore dove meno se lo aspetta.

Lee Cronin – La Mummia torna alle origini del brivido

È già successo con L’uomo delle stelle nel 2020 e cinque anni più tardi con Wolf Man. In questo caso specifico la linea narrativa de La Mummia presente dal 1932 viene stravolta e rimessa in discussione, ma soltanto con un fine ultimo: riportare il genere horror nella sua versione classica. Paura in purezza, senza mediazione o filtri di alcun tipo. Lee Cronin – La Mummia è un’opera horror che spaventa alla vecchia maniera riproponendo la grammatica del sangue, della violenza e delle ripercussioni tra fisico ed emotività come avveniva agli inizi del millennio nelle opere di maggiore considerazione.

Lee Cronin La Mummia recensione del film
Lee Cronin rielabora La Mummia in chiave horror (Instagram profilo ufficiale) – Cineblog

Il racconto, stavolta, prevede di inserire le prerogative dell’antica mummia nel corso dell’esistenza di una bambina, la quale viene rapita e ritrovata 8 anni dopo. Questa epifania viene accolta dalla famiglia nella maniera migliore, senza sapere che la piccola è cambiata non solo sul piano fisico e anagrafico, ma anche su quello della consistenza ontologica. La giovane è stata mummificata, si porta dietro anche una maledizione (a insaputa del nucleo familiare) che dovrà cercare di estirpare accanto alle figure che tendenzialmente più ama: gli altri fratelli e la nonna. Insomma, una famiglia viene stravolta perchè si ritrova il Male in casa nella forma più estrema d’amore.

L’essenza della paura

Una figlia, nipote, conoscente che torna alle proprie radici familiari per cercare di distruggerle a loro insaputa. Su questo ossimoro sentimentale, ovvero amore spaventoso, si impernia l’intera opera che in taluni casi è girata in maniera superficiale con una recitazione poco più che mediocre, ma certamente non è pavida sul piano della comunicazione emozionale. La paura diventa protagonista senza remore, gli eccessi ci sono tutti e le scene, molto spesso, sono ributtanti e dolorose.

Siamo al limite dello splatters infarcito con tanta essenza dei classici conosciuti nel recente passato. Le influenze di Saw, Isidious e L’evocazione sono evidenti per via della presenza, in ambito produttivo, di James Wan. Personalità che non ha paura di sporcarsi le mani e non teme di risultare eccessivo. Per questo quando produce un horror fa un vero e proprio ritratto del brivido che smonta le certezze e sgretola qualsiasi forma di difesa personale.

L’influenza americana

Si resta letteralmente spiazzati da alcune scene, in merito alle sensazioni provate e da provare, altre riprese invece sono il ritratto della banalità. Specialmente quelle in cui la poliziotta egiziana cerca di ispirarsi, per non dire scimmiottare, la tradizione americana che mostra le forze dell’ordine come una sorta di automi che mangiano, dormono e vivono davanti al pc fin quando non devono alzarsi per andare a sparare alla gente. Più che tutori della legge somigliano a sceriffi.

L’impronta di Lee Cronin – La Mummia è questa. Oltre a quella, voluta dalla Warner Bros per determinare già dall’inizio che siamo di fronte a un altro tipo di lavoro rispetto a quello portato avanti da Brendan Fraser, di mettere in primo piano il nome del regista e sceneggiatore irlandese che non ha mai brillato per originalità di scrittura, ma ha una mente duttile e ricca di idee che mette al servizio degli espedienti scenici.

Le citazioni ai grandi del passato

Tradotto: quando si tratta di incutere timore, anche con una trama debole, non è secondo a nessuno. Si diverte in prima persona a giocare con la resistenza del pubblico. Anche il dettaglio più insignificante può diventare spaventoso e aprire un mondo. Avanguardia e tradizione del brivido, ci sono infatti una serie di citazioni impossibili da sottovalutare. Si passa Shining, anche con qualche riferimento alla colonna sonora, a L’Esorcista.

Lee Cronin si è divertito a sezionare cult di genere per mescolare le carte e dar vita a un affresco fatto di paure e colpi di scena che, al netto delle imperfezioni, ricorda a tutti che l’horror – anche proposto in maniera classica, più tradizionale – può essere ispirazione artistica e spunto per veicolare messaggi importanti a livello comunicativo e cinematografico.

Uno stile ricercato e peculiare

La Mummia trae nuova linfa con uno stile più delineato che fa riferimento a un passato recente, non ancora remoto, per strizzare l’occhio alle novità senza tuffarsi nel mainstream. Conservare un minimo di peculiarità e ricercatezza sul piano stilistico tralasciando volutamente, in qualche misura, l’orizzonte narrativo.




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