le missioni segrete in Israele e l’arma dell’antisemitismo per eliminare Corbyn
“La domanda da porsi davanti al coinvolgimento di Mandelson in qualsiasi iniziativa, politica o diplomatica, è se il suo motivo sia il servizio pubblico o il guadagno personale”. L’osservazione, che ben definisce l’ex ministro ed ex ambasciatore britannico a Washington, non arriva da un avversario ma da un compagno di partito. L’interesse di una delle figure di spicco dei Laburisti inglesi per il denaro ed il potere erano cosa nota, ma le “debolezze” di questo politico di lungo corso gli hanno permesso comunque di risorgere puntualmente dalle sue ceneri, almeno fino ad oggi. Il cosiddetto “principe delle Tenebre”, prima d’ora, non aveva mai toccato un punto tanto basso come quello che lunedì 23 febbraio lo ha messo in cella (solo per alcune ore, per poi essere liberato su cauzione) per essere sentito dalla polizia che indaga sui contenuti emersi dagli Epstein Files. Per 9 ore, l’eminenza grigia dei Labour ha dovuto fronteggiare le domande degli investigatori sul suo legame con il faccendiere pedofilo americano che aveva definito “grande amico” e con il quale intesseva relazioni personali e professionali oggi tutte da dimostrare. Su Mandelson si indaga per l’ipotesi di cattiva condotta nell’esercizio della sua funzione pubblica, un abuso d’ufficio aggravato dal sospetto del tradimento di segreti e diffusione di informazioni sensibili per il paese.
Le indagini nei suoi confronti erano già partite dopo la pubblicazione della seconda ondata di files, quella che aveva mostrato le e-mail del 2010 nelle quali, l’allora membro del gabinetto inglese informava l’amico americano delle imminenti dimissioni di Gordon Brown, prima che queste fossero rese pubbliche e condivideva informazioni sui piani economici del paese. Epstein, in cambio, mandava bonifici cospicui a Mandelson e al marito, Reinaldo Avila da Silva che voleva diventare osteopata. Se l’ex ambasciatore, licenziato lo scorso settembre, davanti alle foto in mutande in presenza di una ragazza, a casa di Epstein, sperava di cavarsela spiegando di essere gay e per questo immune alle accuse legate al traffico sessuale del predatore americano, messo di fronte agli scambi di informazioni riservate ha dovuto capitolare. Da chiarire, poi, resta anche un altro collante che teneva insieme la sua storia e quella di Epstein, ovvero la natura del loro legame con Israele.
Un test sulle sue origini ebraiche lo ha formulato The Jewish Chronicle nel 2008. “Mandelson è cresciuto nel quartiere kosher di Hampstead Garden Suburb. Suo padre George Mandelson, noto come Tony, era ebreo polacco, ed era direttore pubblicitario di The Jewish Chronicle. Mandelson stesso ha trascorso gran parte della sua infanzia frequentando The Jewish Chronicle e ha dichiarato di aver “sperimentato il calore della vita familiare ebraica”. Il pezzo si conclude dicendo che “tuttavia, tutto questo potrebbe essere solo propaganda” anche perché “la famiglia di sua madre è profondamente radicata nell’aristocrazia non ebraica del Partito Laburista”. Giovane comunista, adulto socialista, nelle file del suo partito Peter Benjamin Mandelson ha sempre individuato chi fosse il suo nemico, ovvero Jeremy Corbyn. Negli anni della sua fortunata collaborazione politico strategica con Tony Blair, l’allora ministro al Commercio scriveva la ricetta per i New Labour definendola una compagine politica insofferente alle istanze della tradizione socialista di tipo anticapitalista, che aveva imparato a parlare con i banchieri della City di Londra e a rassicurare gli imprenditori della CBI, la Confindustria britannica.
Affinché l’architettura della nuova identità del partito fosse delineata era necessario sfrondare chi la pensava diversamente guardando nella direzione sbagliata e la guerra contro il corbynismo fu condotta senza esclusione di colpi. “Il problema di Jeremy (Corbyn) non è che sia una specie di maniaco, non è che sia una persona cattiva. Il problema è che nel XXI secolo non ha letteralmente idea di come comportarsi come leader di un partito che si candida alle elezioni democratiche per governare il nostro Paese”.
Con queste parole Mandelson spingeva a sinistra e fuori dal tempo il suo compagno di partito che nel 2015, dopo aver perso le elezioni generali, era diventato il segretario dei Laburisti. Nel 2016 Mandelson lo aveva accusato di non fare abbastanza per portare il paese alle urne contro la Brexit che, infatti, nel 2016 incassò la vittoria. Ma è stato sulle accuse di antisemitismo che il partito laburista guidato da Corbyn ha attraversato gli anni più bui. La deputata Joan Ryan, nel 2019, lasciava i Labour insieme ad altri sette eletti definendolo: “istituzionalmente antisemita”. L’accusa a Corbyn era quella di “aver trascorso così tanto tempo in compagnia di negazionisti dell’Olocausto, antisemiti e terroristi che uccidono gli ebrei” da diventare “semplicemente cieco al problema”. Nella motivazioni delle dimissioni si parlava di “una macchina politica della sinistra di Corbyn” il cui funzionamento veniva spiegato attraverso la diffusione di “teorie cospirazioniste antisemite per eludere la verità” unita ad atteggiamenti di “bullismo e tattiche aggressive contro gli ebrei e i loro alleati nel partito”. Nel 2020 Corbyn lascia i laburisti nelle mani di Keir Starmer che tira fuori Peter Mandelson dalle tenebre e dalle macchinazioni nelle retrovie e, dopo aver vinto le elezioni, lo nomina ambasciatore a Washington. Questa è la terza rinascita che, però, non aveva fatto bene i conti con Epstein e la sua rete.
In base a quanto rivelato dal sito di giornalismo investigativo Declassified Uk, Mandelson avrebbe condotto anche “missioni diplomatiche segrete in Israele per conto del governo conservatore di Rishi Sunak, che aveva nominato David Cameron ministro degli Esteri. Evidentemente, forte dei suoi legami personali, Mandelson era apparso la persona adatta a rispondere alla chiamata. Da qui le accuse scagliate dall’attuale compagna di partito di Corbyn, Zarah Sultana che, sulle pagine di Declassified Uk, ha scandito: “È un’altra macchia sulla nostra democrazia il fatto che Peter Mandelson abbia condotto una diplomazia non ufficiale con Israele mentre questo commetteva un genocidio a Gaza, e lo abbia fatto “per conto” del ministro degli Esteri”. Sultana ha poi aggiunto: “È lo stesso schema marcio che continuiamo a vedere: un establishment politico che opera attraverso canali segreti, al di là del controllo democratico, dove le stesse figure ben collegate riaffiorano continuamente, indipendentemente dal numero di scandali che si lasciano alle spalle”.
Le relazioni di Epstein, sospettato di essere stato un agente per conto dei servizi segreti del Mossad e Mandelson, con Israele sono state evidenziate anche da altri scambi di e-mail come quello in cui l’ex ambasciatore si rivolgeva al faccendiere americano in cerca di referenze. “Puoi chiedere a Ehud (Barak, l’ex primo ministro israeliano) se conosce/sa qualcosa di questo israeliano che vive a Londra? Dice di aver lavorato alle campagne politiche per Ehud. Grazie. Peter.” Era il 1 settembre del 2013 ed Epstein aveva già scontato la sua prima condanna in carcere con l’accusa di sfruttamento della prostituzione. Mandelson si era offerto di aiutalo ad uscire da quel momento disgraziato ed evidentemente non aveva considerato gli effetti a lungo termine di questa relazione pericolosa.
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