Le due riforme che hanno fatto saltare i conti pubblici: così sanità e pensioni hanno affondato l’Italia
05.01.2026 – 9.00 – Le due riforme che hanno scassato i conti pubblici dell’Italia.
Come la sanità universalistica e la riforma previdenziale degli anni Settanta hanno trasformato il welfare italiano in una macchina insostenibile. Negli anni Settanta, in un contesto di grande instabilità politica, pressione sociale e crescente influenza culturale della sinistra, furono approvate due riforme destinate a cambiare profondamente il rapporto tra Stato e cittadini: la sanità pubblica universale e l’unificazione previdenziale nell’INPS. Due riforme che, nel tempo, hanno contribuito in modo determinante all’esplosione del debito pubblico e alla rigidità della spesa statale. Nel 1978 il Partito Comunista Italiano (PCI), pur non essendo al governo, esercitava un’influenza politica enorme. Grazie al “compromesso storico” con la DC, il PCI sosteneva dall’esterno i governi centristi, ottenendo in cambio l’attuazione di radicali riforme di stampo assistenziale. Era un’Italia attraversata da forti tensioni sociali, terrorismo, crisi economica e spinte egualitarie. In questo contesto, lo Stato si assunse il compito di garantire sanità e pensioni in forma universale, cioè a tutti i residenti.
Con la legge 833/1978 nacque il Servizio sanitario nazionale (SSN), fondato sul principio dell’universalità e finanziato dalla fiscalità generale. Una riforma ispirata alle teorie di Beveridge e quindi al modello del Regno Unito, ma senza la medesima efficienza amministrativa. In pochi anni i costi della sanità esplosero, anche a causa di una gestione frammentata tra Stato e Regioni, assunzioni clientelari e scarsa capacità di controllo della spesa. Le Regioni, cui è demandata l’organizzazione dei servizi, spesso mancano di competenze e controllo. I costi lievitano e, mentre l’efficienza resta lontana, la spesa cresce, contribuendo a gonfiare il debito pubblico. Ancora oggi il SSN assorbe una fetta consistente del bilancio pubblico. Parallelamente, anche nel settore della previdenza si avviò l’accentramento previdenziale, con l’unificazione delle casse previdenziali autonome facendole confluire nell’INPS. Un’operazione che trasformò gradualmente il sistema da pluralista, con casse legate a categorie e contributi, a centralizzato e “a ripartizione”. L’effetto fu un progressivo squilibrio tra contributi versati e pensioni erogate, con una spesa pensionistica che oggi rappresenta oltre il 15% del PIL, una delle più alte al mondo.
Le conseguenze: rigidità, debito e insostenibilità.
Queste due riforme hanno reso la spesa pubblica italiana fortemente rigida, cioè composta in gran parte da voci incomprimibili: sanità, pensioni, assistenza. Il risultato è un sistema fiscale sempre più opprimente, con una pressione fiscale reale tra le più alte al mondo, oltre il 48% (media OCSE 33%), un debito pubblico cresciuto per finanziare prestazioni sempre più costose e uno Stato che ha perso la capacità di investire nel futuro, vincolato da promesse del passato (rapporto spesa pubblica/PIL tra i più alti al mondo, 54%, superato solo dalla Francia, che infatti è in crisi).
La lezione mancata.
Mentre altri Paesi hanno riformato il loro welfare rendendolo più sostenibile, spesso con modelli misti pubblico-privato, l’Italia ha continuato a difendere un impianto ideologico nato negli anni della Guerra fredda. È tempo di interrogarsi se quelle riforme, pur nate da intenti solidali, possano oggi essere ripensate in chiave liberale, responsabile e orientata al lungo termine.
La risposta è assolutamente affermativa.
È ormai improcrastinabile una riforma del sistema pensionistico italiano. Le generazioni più giovani andranno in pensione, forse, dopo i 70 anni: i loro versamenti sono finalizzati prevalentemente a pagare gli assegni di chi è già in pensione. Il metodo a ripartizione ha creato un sistema iniquo, in cui il nesso tra quanto versato e l’ammontare dell’assegno, così come la data del pensionamento, è del tutto arbitrario, legato a logiche politiche, necessità di bilancio, contingenze e favoritismi o assistenze. Per questo, i contributi obbligatori sono considerati alla stregua di una tassazione. Serve un graduale abbandono della ripartizione e l’introduzione della libera scelta del fornitore di fondo pensionistico in un contesto a capitalizzazione. Con il sistema a ripartizione si cominciarono a erogare pensioni slegate da un effettivo accantonamento di capitale individuale. Ciò consentì successivamente l’erogazione di baby pensioni, pensioni d’oro, pensioni anticipate, tuttora erogate, che hanno reso necessaria l’applicazione di aliquote contributive altissime: il 33%, oltre il 7-10% di oneri assistenziali (in Germania, ad esempio, l’aliquota è al 19%), rendendo il costo del lavoro proibitivo. La conseguenza è che i salari sono troppo bassi e viene compromessa la capacità delle imprese di destinare utili agli investimenti per aumentare la produttività del lavoro, con ulteriori effetti negativi sul livello dei salari, innescando un circolo vizioso.
È pertanto necessario avviarsi verso un sistema a capitalizzazione individuale, nel quale ciascun lavoratore, nell’ambito di un generale obbligo assicurativo, sia libero di ritagliarsi il proprio profilo pensionistico, possa monitorare giorno per giorno il proprio capitale pensionistico accumulato e andare in pensione quando decide, in proporzione ai versamenti effettuati e alla speranza di vita assicurativa. I soldi sono di chi li versa e dovrebbero poter essere gestiti come meglio si crede, in base a liberi contratti assicurativi. La difficoltà di realizzare una riforma in tal senso risiede anche nella mancanza di consapevolezza del funzionamento del sistema da parte dei contribuenti. Pochi si rendono conto che i soldi che versano, o che vengono loro trattenuti dal sostituto d’imposta, cioè il datore di lavoro, ai fini pensionistici, non finiscono in un fondo di loro diretta proprietà, nel quale i versamenti vengono capitalizzati e possono essere monitorati giorno per giorno, centesimo per centesimo, ma vengono assoggettati ad astruse e volubili contabilizzazioni, che variano al continuo mutare delle normative dei governi che si succedono negli anni, ed utilizzati per gli scopi più impropri, come pagare baby pensioni, pensioni calcolate sugli ultimi due mesi di retribuzione, vitalizi elevati non coperti da contribuzione, bonus cultura, bonus bebè, reddito di cittadinanza ed altre varie e fantasiose forme di assistenza e previdenza retributiva, dato che l’INPS confonde la gestione assistenziale con quella previdenziale.
In Italia, invece di prendere atto del totale fallimento del sistema a ripartizione obbligatorio e del monopolio statale della previdenza, e avviare di conseguenza una totale riforma e liberalizzazione del sistema previdenziale, si preferisce colpevolizzare chi ha l’esigenza, ad esempio per motivi fisici, di andare in pensione dopo i 62 anni avendo versato 38 o 40 anni di contributi, obbligandolo a lavorare fino a 70 anni, solo per giustificare e mantenere in piedi un sistema previdenziale iniquo, inefficiente ed inefficace, nel quale le giovani generazioni hanno un’alta probabilità di non ottenere, tra 50 anni, alcuna pensione. Serve quindi procedere a una riforma graduale, diminuendo progressivamente la quota destinata alla ripartizione per destinarla alla capitalizzazione, finanziandola con una riduzione della spesa pubblica non necessaria. Allo stesso modo, va superata la sanità regionale universalistica per passare dal modello Beveridge al modello Bismarck.
La gestione regionale della sanità ha mostrato tutti i suoi limiti: i cittadini incontrano spesso difficoltà ad accedere alle cure e il livello di assistenza, regolato diversamente da regione a regione, crea inefficienze e inefficacia. Per garantire un sistema più giusto, la legge quadro che regola la sanità deve essere uguale per tutti i cittadini, su tutto il territorio nazionale, in nome del principio liberale classico dell’uguaglianza davanti alla legge. Tuttavia, per offrire cure di qualità, è importante che vi siano diversi fornitori di servizi sanitari, pubblici e privati, tra cui i cittadini possano scegliere liberamente. Questa pluralità di operatori crea concorrenza, altro principio liberale classico, che spinge a migliorare efficienza, qualità e innovazione delle cure. In sostanza, serve un sistema che combini uguaglianza nella legge con libertà di scelta e concorrenza tra chi eroga le cure. Solo così si può costruire una sanità più accessibile, efficace ed efficiente.
Uno dei modelli di sanità da cui prendere esempio è quello olandese. Il confronto tra sanità in Italia e in Olanda si può sintetizzare in pochi punti:
Legge unica o tanti sistemi?
In Olanda c’è una legge nazionale uguale per tutti, mentre in Italia esistono 20 sistemi regionali diversi, con regole e servizi che cambiano da zona a zona.
Chi offre le cure?
In Olanda è possibile scegliere tra molte casse sanitarie private regolamentate che garantiscono l’accesso alle cure. In Italia, invece, ci si affida principalmente al servizio pubblico regionale, con scarso margine di scelta.
Come si accede alle cure?
In Olanda il sistema funziona con tre livelli di accesso: il medico di base fa da filtro e indirizza allo specialista o all’ospedale universitario solo se necessario. Questo evita di intasare il pronto soccorso. In Italia si può andare liberamente al pronto soccorso, spesso anche per problemi lievi, causando code e ritardi.
Libertà e qualità
Il modello olandese offre maggiore libertà di scelta e stimola la concorrenza tra casse sanitarie e strutture, mantenendo però un controllo pubblico. In Italia la sanità è più rigida e diseguale, con minori opportunità per i cittadini. La “best practice” del modello olandese rappresenta la migliore opzione da cui prendere esempio.
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Elena Vigliano
Economista d’impresa, si è laureata in Economia e Commercio presso l’Università “La Sapienza” di Roma; in seguito si è specializzata nella consulenza fiscale, societaria e del lavoro, vantando una pluriennale esperienza nel supporto strategico alle imprese. Grazie a un percorso formativo internazionale, con studi in scuole americane e inglesi e periodi di vita all’estero, anche in Africa, ha sviluppato una visione globale e una profonda comprensione delle dinamiche economiche e culturali. Come economista d’impresa, applica conoscenze teoriche e pratiche per guidare le aziende nella gestione efficiente, nella pianificazione strategica e nella creazione di valore, con particolare attenzione agli aspetti fiscali e normativi. Attualmente presiede “Liberimpresa”, associazione dedicata alla promozione del pensiero e della cultura liberale in Italia e all’estero, con l’obiettivo di dimostrare che le politiche assistenziali e lo statalismo rischiano di soffocare l’iniziativa individuale, la competitività e l’efficiente allocazione delle risorse, mentre è necessario promuovere soluzioni basate sulla concorrenza e sulla sussidiarietà.
[e.v.]




