“Le cose che voglio” è il singolo che segna il ritorno degli Amari

“Che avete fatto in tutti questi anni, Amari?”
“Siamo andati a letto presto. E poi abbiamo continuato a cercare la formula esatta del pop sbagliato.”
Esce per La Tempesta “Le cose che voglio” il singolo del ritorno degli Amari.
“Le cose che voglio sono cose che non voglio poi davvero.
Succede spesso: si costruiscono interi castelli intorno a qualcosa che, appena si avvicina, perde forma. L’invidia è una lente deformante, il desiderio una specie di eco. Più rimbalza lontano, più sembra importante.
Questa canzone prova a stare in quel punto preciso in cui il miraggio si incrina. Non per distruggerlo, ma per guardarlo senza effetti speciali. Capire che certe distanze non sono una mancanza ma una misura.
Una batteria granitica sostiene i sintetizzatori: ipnotici e finalmente liberi. È un paesaggio sonoro nuovo, ma con la solita urgenza: smontare e rimontare il pop finché non dice qualcosa di noi“.
Sono ormai 25 anni che gli Amari – band friulana che ha visto cambiare diverse line-up, ma che si è sempre articolata intorno allo storico nucleo composto da Davide “Pasta” Piva, Dario “Dariella” Moroldo e Francesco “Cero” Ceravolo – affinano la propria personale visione della musica pop, spaziando con naturalezza fra influenze musicali distanti e assimilando nel tempo suoni nuovi e vecchie scoperte.
La loro musica è stata definita in molti modi, usando un sacco di parole (pop, rock, dance, cantautorato, indie, hip hop, elettronica, r’n’b…), cercando di fotografare una traiettoria in costante mutamento, un mutamento cercato ma forse non del tutto chiaro neanche agli Amari stessi.
Se si ascoltano in sequenza i loro album in studio, dall’esordio di “Corporali” (1999) fino al più recente “Polverone” (2017), ci si rende conto che una matrice comune c’è, un’ostinata ricerca di decostruire e ricostruire la canzone pop, unendo testi intimi e personali a melodie appiccicose e sonorità eclettiche, ma c’è anche un’evoluzione che segue il percorso biografico di persone che in tutti questi anni sono cresciute, hanno cambiato case, città, lavori e compagne, hanno messo su famiglie, ma che nonostante questo (o forse proprio per questo) vedono nella musica il miglior diario possibile in cui annotare “tutte le sconfitte” (questa sarebbe una citazione da “Bolognina revolution”, contenuta in “Grand Master Mogol”, il loro album più noto e apprezzato).
Probabilmente è proprio la forza dei loro testi, che alternano fulminanti epifanie generazionali a momenti più astratti, poetici e talvolta giocosi in cui perdersi nella ricerca di una chiave interpretativa, ad aver riunito intorno a loro un pubblico fedele, e a permettere che si esibissero per anni nei principali festival e club di tutta Italia.
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