Le botteghe a pedali: quando calzolaio, fotografo, prete e sarto arrivavano in bicicletta
Un cicloviaggio indietro nel tempo, quando l’economia nei territori si basava sulle due ruote: mestieri e servizi di tutti i generi si svolgevano a domicilio, direttamente in biciclette predisposte appositamente. Tre musei tra Lazio e Marche raccontano un mondo di creatività e ingegno a pedali.
Questo è il racconto di un cicloviaggio molto particolare, che si muove all’indietro nel tempo anziché nello spazio di un territorio da esplorare. Qui l’esplorazione è nella memoria collettiva di un Paese che negli ultimi ottant’anni ha vissuto uno sviluppo economico e sociale talmente vorticoso da far apparire come un passato remoto il piccolo mondo antico di come eravamo. In realtà quel mondo, ormai prossimo al baratro dell’oblio, appartiene al passato recente della nostra storia e ha posto le basi di quello che siamo oggi.
L’Italia del boom nel secondo dopoguerra affonda le sue radici, tra l’altro, in una micro-imprenditoria diffusa che spesso partiva dalla miseria se non addirittura dalla fame: tante minuscole startup individuali, che si muovevano in bicicletta. I più fortunati potevano permettersi il “mosquito”, il motorino ausiliario inventato dalla Garelli che di fatto ha segnato la nascita delle prime bici a pedalata assistita. Così l’enorme patrimonio dei saperi artigianali d’Italia arrivava nei casolari più sperduti, nei borghi piccoli e grandi e anche nelle città. Attrezzate con ingegno e maestria, quelle bici diventavano botteghe a pedali ambulanti
Miracolo economico a pedali
Il fenomeno del Made in Italy, legato al miracolo economico, è nato ed è diventato grande anche così, sulle due ruote di una bici. Fino agli anni Sessanta del secolo scorso era ancora possibile vedere in giro per il Bel Paese qualche artigiano che offriva beni e servizi, spostandosi in sella alla sua bici. In alcune zone d’Italia sono rimaste in circolazione anche più a lungo, fino a poco prima che nel 1975 l’Italia facesse il suo ingresso nel G7, il club dei Paesi industrializzati più ricchi del mondo. Erano bici pesanti e lentissime. Potevano raggiungere i 50 chili. Tutti pezzi unici, diversi uno dall’altro.
Di questo piccolo mondo antico, che a ben vedere tanto antico non è, è andato perso quasi tutto. Dopo anni di onorato servizio le bici, che nella fase iniziale della vita dell’azienda costituivano il principale asset del capitale d’impresa, venivano spesso messe da parte, abbandonate. Diventavano la testimonianza di un passato che tanti, dopo aver compiuto con successo il salto qualitativo e dimensionale, non amavano ricordare, perché evocavano i tempi non rimpianti delle “pezze al culo”.
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