Lavoro, l’IA cambia i curriculum, candidati più preparati o solo più perfetti?
3 giugno 2026 – ore 11:00 – C’è stato un tempo non troppo lontano in cui il curriculum era una specie di autoritratto in formato europeo: un elenco ordinato – a volte – di studi, esperienze, corsi, lingue dichiarate con prudenza e competenze informatiche infilate quasi per dovere. Oggi, invece, il curriculum sembra diventato un piccolo manufatto strategico, lucidato parola per parola e calibrato per superare filtri automatici, algoritmi e, dopo questi, anche sguardi frettolosi e sospetti. Non basta più raccontare chi si è: bisogna sembrare leggibili alle macchine e credibili agli esseri umani, due pubblici che non sempre cercano la stessa cosa. L’intelligenza artificiale ha reso questa operazione più facile e insieme più ambigua: aiuta a correggere, valorizzare, tradurre un’esperienza in parole efficaci, ma finisce anche per produrre profili levigati e quasi senza sbavature. Più i curriculum diventano perfetti, più chi assume fatica a capire che cosa ci sia davvero dietro quella perfezione: come riporta un report di Talent Trends 2026, l’adozione della GenAI è cresciuta dal 17% al 53% in due anni, il 55% dei candidati dichiara di usarla per ottimizzare il profilo e il 36% dei responsabili delle assunzioni ammette di non riuscire più a distinguere un curriculum autentico da uno generato o migliorato artificialmente.
Le candidature che le aziende ricevono paiono migliori, ma sono anche più vere? Non necessariamente, e ciò che la tecnologia pare rendere più facile complica però ciò che accade sul piano umano. Grazie al supporto dell’IA tutti i candidati riescono a presentarsi meglio, ma rischiano di essere confusi dentro una folla di profili tutti convincenti, tutti efficienti e un po’ troppo impeccabili. La selezione allora si sposta altrove: non più soltanto sulla carta, ma nelle prove pratiche, nei colloqui, nella capacità di comunicare, di adattarsi, di tenere insieme competenza tecnica e presenza reale. In fondo, il curriculum perfetto è diventato un biglietto d’ingresso, non una garanzia; apre la porta, ma non basta più a creare fiducia. Ed è proprio la fiducia il punto fragile del mercato del lavoro contemporaneo: fiducia del candidato verso un’azienda che deve essere trasparente su ruolo, salario, cultura interna; fiducia dell’azienda verso una persona che non può essere ridotta a un testo ben scritto; fiducia reciproca nel fatto che dietro le formule giuste ci sia una sostanza. Forse la nuova arte del curriculum non consiste più nel sembrare infallibili, ma nel riuscire a restare riconoscibili dentro un mondo che abbellisce e uniforma tutto.
Articolo di Agata Cragnolin




