L’aumento dei prezzi della benzina sta generando un’isteria collettiva
di Riccardo Capanna
Il benzinaio più conveniente di Roma fa la benzina a 1 euro e 40, si trova in Piazza San Giovanni ed è di proprietà del Vaticano. Il quale, ovviamente, beneficia di esenzioni fiscali anche su Iva e accise. Per chi non ha — letteralmente — santi in paradiso, invece, il prezzo medio è di 1,712 euro al litro per la benzina e 1,958 per il diesel: per fortuna, sotto i due euro, ma meno rispetto alle speranze del governo, che sperava in un tetto al diesel sotto 1,90.
Ciò significa che il «decreto elettorale» del Cdm di giovedì, che avrebbe «favorito i ricchi», ha fallito? No. Il taglio delle accise (25 centesimi sul gasolio e 12 sul Gpl) ha effettivamente mitigato l’aumento dei prezzi: siccome il costo di un barile di petrolio è oscillato tra giovedì e venerdì tra i 104 e i 118 dollari al barile, senza la decurtazione delle imposte i prezzi del gasolio alla pompa sarebbero cresciuti ancor di più.
Se il greggio continuerà a salire, potremmo ritrovarci con un balzo della benzina il 7 aprile, quando scadrà la misura. Il decreto non è prorogabile, perché per sole tre settimane il taglio è costato 549 milioni sottratti ai vari Ministeri, di cui 89 alla Sanità, ma a quel punto si potrebbero attuare misure meno impattanti e meno costose come il famigerato extra-gettito Iva. Insomma, fare qualcosa per attutire i prezzi, non, come ha scritto il ricercatore Matteo Villa dell’Ispi, restare a guardare affinché una crisi di offerta faccia diminuire la domanda.
La benzina, infatti, è il classico esempio di ogni libro base di economia per indicare un bene la cui domanda è perlopiù inelastica al prezzo nel breve termine (ossia al variare del secondo non varia la funzione della prima): se lasci alzare quest’ultimo, la domanda non diminuisce. Un’altra assurdità è altresì contenuta nel piano dell’Agenzia internazionale dell’energia per far fronte alla crisi in Medio Oriente: l’organizzazione consiglia di imporre i 30 chilometri all’ora, aumentando così i consumi anziché farli diminuire. La crisi dei prezzi deve aver prodotto un’isteria collettiva.
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