L’altra Italia sa vincere e dà lezioni a un calcio che rischia ancora il Mondiale
Tra otto giorni, la Nazionale di calcio cercherà di non restare fuori dal terzo mondiale consecutivo, ma un po’ fuori dal mondo lo è già. Esprime un sistema immobile, privo di talenti e della capacità di immaginarli, di crearli. Però la vecchia Figc può imparare da molte altre federazioni: un diverso sport di vertice, e di base, è possibile. Se sono nati fuoriclasse come Sinner, Egonu o Tamberi, a fare la differenza è il sistema che li ha prodotti. Il calcio ha poco più di un milione di tesserati, come quando alzava la Coppa a Berlino vent’anni fa, mentre il tennis nel frattempo li ha quintuplicati. Si è annesso il padel, e attorno ci ha costruito un universo: a rete abbiamo il numero 2 e il numero 5 del mondo, e quattro dei primi 20. Nulla accade per caso.

La nostra pallavolo è campione del mondo con le donne e gli uomini, Velasco ha vinto anche i Giochi, la medaglia che gli mancava. A ogni Olimpiade e Paralimpiade estiva o invernale è record di medaglie, nel rugby abbiamo appena battuto gli inglesi, nel baseball gli americani a casa loro: se i risultati aiutano il movimento, è il movimento a produrre risultati.


Invece il calcio è preistorico. Qual è il migliore giocatore italiano? Donnarumma, forse, l’unico nei 30 del Pallone d’oro. Ma poi? Il basket femminile è tornato a qualificarsi per un mondiale dopo 32 anni, mentre i nostri pattinatori si allenano con le rotelle in mancanza del ghiaccio ma battono tutti. Dunque, non è tanto un problema di numeri o fatturati (nel calcio, i norvegesi ci hanno umiliati in Nazionale e in Champions), ma di metodi e idee. L’atletica, ad esempio, toccò il fondo a Rio: cinque anni dopo vinceva i 100 metri e il salto in alto a Tokyo in 11 minuti, e cinque ori in tutto.
Mei: “Bravi ad attrarre italiani di seconda generazione”
«Lavoriamo sodo con le società sportive sul territorio», racconta Stefano Mei, presidente della Fidal, che ha un programma per atleti d’élite: li sostiene economicamente lasciandoli liberi di scegliersi l’allenatore, sempre con un criterio meritocratico. Non basta chiamarsi Jacobs per restare in A.

«L’atletica leggera costa poco, bastano scarpette e calzoncini. Abbiamo tremila società e 300mila tesserati. Premiamo quelle più virtuose, non diamo soldi a pioggia. Siamo stati bravi ad attrarre gli italiani di seconda generazione. E l’atletica, anche grazie alla visibilità garantita dai risultati, è diventata cool».
Binaghi: “Circoli incubatori di talenti”
I bambini vogliono diventare Sinner, mica Scamacca, senza offesa. Il tennis è un faro abbagliante. «Facciamo quello che il calcio non fa: le riforme», spiega il presidente Angelo Binaghi. «Abbiamo dato ai circoli la possibilità di diventare incubatori di talenti, senza curarci minimamente del consenso politico».

Invece, il calcio italiano sa di muffa e maglie infeltrite. Si fatica a rintracciare, nella sua lunga e gloriosa storia, un ventennio più grigio e infausto dell’ultimo, eppure nessuno sembra preoccupato. Dopo la figuraccia di Euro 2024, si era inventato una commissione per migliorare il dialogo tra Nazionale e squadre. Non si è mai insediata. A giugno 2025, mentre l’Italia esordiva in Norvegia e Spalletti perdeva la panchina, la Lega presentava il calendario a Parma: lo stesso giorno. E ora non c’è stata neppure la mossa di facciata di lasciare a Gattuso uno stage: l’abitudine al peggio è diventata routine. Oggi verrà presentato il progetto tecnico del calcio giovanile italiano: 9 anni dopo il flop di Ventura e 8 giorni prima di Italia-Irlanda del Nord. Tutto vero.
Il calcio resta lo sport più seguito
Eppure il calcio è ancora lo sport nazionale. «Gli altri emergono per i risultati inediti e per la presenza di nuovi campioni di grande impatto mediatico, giovani e donne. Il calcio resta la prima disciplina, con un indice di penetrazione del 53% nella popolazione, il tennis è secondo con il 39%. Nel 2016 i valori erano rispettivamente 38 e 21: la Fitp ha superato il fatturato della Figc nel 2024 e punta a farlo anche nel numero dei tesserati», osserva Giovanni Palazzi, presidente di StageUp, società leader di ricerca e consulenza. «Lo sviluppo di una federazione e i risultati che ottiene sono legati da un circolo virtuoso: le vittorie aumentano il fatturato e la popolarità, ma prima delle vittorie c’è sempre un cambiamento organizzativo. Nell’era della globalizzazione, vince chi si apre alla competitività e chi ha la forza e il coraggio di cambiare. Il calcio ha un pubblico di interessati, circa 28 milioni, che, per età media, sono prevalentemente conservatori e il cambiamento è a rischio di impopolarità. Si invocano soluzioni non attuabili, come la chiusura delle frontiere, invece di pensare a esportare più talenti italiani. Va anche riconosciuto che la Figc non è il player economico principale del sistema, fattura meno di un singolo top club e deve fare i conti, vista la dimensione e la governance, con una maggiore difficoltà nell’attuare riforme».
Ma in che misura questo cambio di prospettiva e di rapporti tra le varie discipline racconta il cambiamento della società? «Il nostro paese è mutato moltissimo grazie anche ai migranti, e agli italiani di seconda e terza generazione. Credo sia cambiata pure la sensibilità rispetto alla diversità degli sport, oltre che delle storie personali», dice il professor Nico Bortoletto, sociologo e docente universitario. «Si sta uscendo a fatica dalla monocultura calcistica ed era ora, anche se il calcio resta un veicolo di immediata comprensione ed emozione. Ma non è più l’unico modello. Lo si capisce nel momento in cui i genitori iscrivono un bambino a basket, a pallavolo oppure a tennis».
Discutiamo di arbitri e Var, al limite di tattiche o moduli, senza mai la voglia di cambiare. Intanto, la Nazionale di rugby con la gestione Quesada ha il miglior rendimento da quando gioca il Sei Nazioni (2000). Il volley si è inventato il Club Italia per giocare le giovani in A2, e Velasco medita di schierare insieme Egonu e Antropova, come una volta il problema era far coesistere Totti e Del Piero. C’è ancora tempo per tornare grandi. Ma, prima, bisogna prendersi il Mondiale.
Source link




