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L’altra Italia sa vincere e dà lezioni a un calcio che rischia ancora il Mondiale

Tra otto giorni, la Nazionale di calcio cercherà di non restare fuori dal terzo mondiale consecutivo, ma un po’ fuori dal mondo lo è già. Esprime un sistema immobile, privo di talenti e della capacità di immaginarli, di crearli. Però la vecchia Figc può imparare da molte altre federazioni: un diverso sport di vertice, e di base, è possibile. Se sono nati fuoriclasse come Sinner, Egonu o Tamberi, a fare la differenza è il sistema che li ha prodotti. Il calcio ha poco più di un milione di tesserati, come quando alzava la Coppa a Berlino vent’anni fa, mentre il tennis nel frattempo li ha quintuplicati. Si è annesso il padel, e attorno ci ha costruito un universo: a rete abbiamo il numero 2 e il numero 5 del mondo, e quattro dei primi 20. Nulla accade per caso.

L'Italia del tennis festeggia la Davis vinta a novembre

L’Italia del tennis festeggia la Davis vinta a novembre 

La nostra pallavolo è campione del mondo con le donne e gli uomini, Velasco ha vinto anche i Giochi, la medaglia che gli mancava. A ogni Olimpiade e Paralimpiade estiva o invernale è record di medaglie, nel rugby abbiamo appena battuto gli inglesi, nel baseball gli americani a casa loro: se i risultati aiutano il movimento, è il movimento a produrre risultati.

Invece il calcio è preistorico. Qual è il migliore giocatore italiano? Donnarumma, forse, l’unico nei 30 del Pallone d’oro. Ma poi? Il basket femminile è tornato a qualificarsi per un mondiale dopo 32 anni, mentre i nostri pattinatori si allenano con le rotelle in mancanza del ghiaccio ma battono tutti. Dunque, non è tanto un problema di numeri o fatturati (nel calcio, i norvegesi ci hanno umiliati in Nazionale e in Champions), ma di metodi e idee. L’atletica, ad esempio, toccò il fondo a Rio: cinque anni dopo vinceva i 100 metri e il salto in alto a Tokyo in 11 minuti, e cinque ori in tutto.

Mei: “Bravi ad attrarre italiani di seconda generazione”

«Lavoriamo sodo con le società sportive sul territorio», racconta Stefano Mei, presidente della Fidal, che ha un programma per atleti d’élite: li sostiene economicamente lasciandoli liberi di scegliersi l’allenatore, sempre con un criterio meritocratico. Non basta chiamarsi Jacobs per restare in A.

Marcell Jacobs

Marcell Jacobs 

«L’atletica leggera costa poco, bastano scarpette e calzoncini. Abbiamo tremila società e 300mila tesserati. Premiamo quelle più virtuose, non diamo soldi a pioggia. Siamo stati bravi ad attrarre gli italiani di seconda generazione. E l’atletica, anche grazie alla visibilità garantita dai risultati, è diventata cool».

Binaghi: “Circoli incubatori di talenti”

I bambini vogliono diventare Sinner, mica Scamacca, senza offesa. Il tennis è un faro abbagliante. «Facciamo quello che il calcio non fa: le riforme», spiega il presidente Angelo Binaghi. «Abbiamo dato ai circoli la possibilità di diventare incubatori di talenti, senza curarci minimamente del consenso politico».

Flavio Cobolli

Flavio Cobolli (afp)

Invece, il calcio italiano sa di muffa e maglie infeltrite. Si fatica a rintracciare, nella sua lunga e gloriosa storia, un ventennio più grigio e infausto dell’ultimo, eppure nessuno sembra preoccupato. Dopo la figuraccia di Euro 2024, si era inventato una commissione per migliorare il dialogo tra Nazionale e squadre. Non si è mai insediata. A giugno 2025, mentre l’Italia esordiva in Norvegia e Spalletti perdeva la panchina, la Lega presentava il calendario a Parma: lo stesso giorno. E ora non c’è stata neppure la mossa di facciata di lasciare a Gattuso uno stage: l’abitudine al peggio è diventata routine. Oggi verrà presentato il progetto tecnico del calcio giovanile italiano: 9 anni dopo il flop di Ventura e 8 giorni prima di Italia-Irlanda del Nord. Tutto vero.

Il calcio resta lo sport più seguito

Eppure il calcio è ancora lo sport nazionale. «Gli altri emergono per i risultati inediti e per la presenza di nuovi campioni di grande impatto mediatico, giovani e donne. Il calcio resta la prima disciplina, con un indice di penetrazione del 53% nella popolazione, il tennis è secondo con il 39%. Nel 2016 i valori erano rispettivamente 38 e 21: la Fitp ha superato il fatturato della Figc nel 2024 e punta a farlo anche nel numero dei tesserati», osserva Giovanni Palazzi, presidente di StageUp, società leader di ricerca e consulenza. «Lo sviluppo di una federazione e i risultati che ottiene sono legati da un circolo virtuoso: le vittorie aumentano il fatturato e la popolarità, ma prima delle vittorie c’è sempre un cambiamento organizzativo. Nell’era della globalizzazione, vince chi si apre alla competitività e chi ha la forza e il coraggio di cambiare. Il calcio ha un pubblico di interessati, circa 28 milioni, che, per età media, sono prevalentemente conservatori e il cambiamento è a rischio di impopolarità. Si invocano soluzioni non attuabili, come la chiusura delle frontiere, invece di pensare a esportare più talenti italiani. Va anche riconosciuto che la Figc non è il player economico principale del sistema, fattura meno di un singolo top club e deve fare i conti, vista la dimensione e la governance, con una maggiore difficoltà nell’attuare riforme».

Ma in che misura questo cambio di prospettiva e di rapporti tra le varie discipline racconta il cambiamento della società? «Il nostro paese è mutato moltissimo grazie anche ai migranti, e agli italiani di seconda e terza generazione. Credo sia cambiata pure la sensibilità rispetto alla diversità degli sport, oltre che delle storie personali», dice il professor Nico Bortoletto, sociologo e docente universitario. «Si sta uscendo a fatica dalla monocultura calcistica ed era ora, anche se il calcio resta un veicolo di immediata comprensione ed emozione. Ma non è più l’unico modello. Lo si capisce nel momento in cui i genitori iscrivono un bambino a basket, a pallavolo oppure a tennis».

Discutiamo di arbitri e Var, al limite di tattiche o moduli, senza mai la voglia di cambiare. Intanto, la Nazionale di rugby con la gestione Quesada ha il miglior rendimento da quando gioca il Sei Nazioni (2000). Il volley si è inventato il Club Italia per giocare le giovani in A2, e Velasco medita di schierare insieme Egonu e Antropova, come una volta il problema era far coesistere Totti e Del Piero. C’è ancora tempo per tornare grandi. Ma, prima, bisogna prendersi il Mondiale.


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