l’allarme dello studio tedesco sul clima mentre Berlino rilancia le caldaie a gas e gasolio
Schemi matematici messi a punto dall’Università Tecnica di Monaco di Baviera (TUM) mostrano che, per effetto dell’aumento della temperatura, le foreste come le conosciamo oggi potrebbero non esistere più. Gli incendi e le infestazioni di parassiti entro il 2100 potrebbero più che raddoppiare, e se a ciò si aggiungeranno venti più forti si creerà un cocktail che cambierà radicalmente le foreste d’Europa.
Allo studio, pubblicato sulla rivista Science e diretto per la TUM da Rupert Seidl, hanno partecipato accademici di dieci Paesi diversi, che hanno raccolto dati satellitari per 13.000 aree forestali europee e condotto simulazioni al computer per diversi scenari climatici. Nel peggiore, con un riscaldamento di oltre tre gradi Celsius, entro il 2100 la frequenza di incendi e danni causati da insetti sarà più che raddoppiata e le tempeste aumenteranno del 20%. Questi fattori si verificheranno in combinazione, quindi l’impatto sulle foreste sarebbe drammatico: il calore e la scarsità d’acqua indeboliranno gli alberi, impedendo loro di produrre abbastanza resina per tenere lontani i parassiti. Le foreste come le conosciamo oggi non esisteranno più.
Vengono allestiti sempre più appezzamenti sperimentali con l’obiettivo di determinare quali combinazioni di alberi funzioneranno meglio e dove. Già ora, d’altronde, quattro alberi su cinque in Germania sono malati. Tra qualche decennio esisteranno ancora ampie aree boschive in Europa, il loro aspetto sarà però diverso, più aperto e a quote più basse, con alberi più piccoli in grado di resistere al caldo e alla siccità, con specie arboree differenti, finora tipiche di altri climi, come l’abete di Douglas del Nord America o il cedro del Mediterraneo. Ci saranno meno specie di funghi e più rapaci o cinghiali. Gli studiosi si dicono fiduciosi: la foresta ha già resistito a molti cambiamenti, animali e piante si adatteranno alle nuove condizioni; chi soffrirà di più saranno gli esseri umani.
Le foreste sono una riserva idrica vitale. In Germania, circa il 70% dell’acqua potabile proviene da falde acquifere e sorgenti. Se le foreste montane scompaiono, scompare anche la protezione contro frane e valanghe. A questo si aggiunge l’aspetto economico: i danni e la riconversione delle foreste potrebbero costare all’industria del legno e ai proprietari forestali 250 miliardi di euro. Le foreste coprono il 40% della superficie terrestre dell’UE e assorbono enormi quantità di carbonio; sono perciò una componente cruciale degli obiettivi climatici UE. Tuttavia, già oggi le foreste tedesche rilasciano più CO2 di quanta ne assorbano, e questo fenomeno, per il cambiamento climatico e i conseguenti danni ambientali, è destinato ad intensificarsi in futuro.
Se riusciremo tuttavia a limitare il riscaldamento globale a due gradi Celsius, a partire dalla metà del secolo la foresta si riprenderà. Questo è il messaggio più importante per gli autori dello studio: se riusciamo a mitigare significativamente i cambiamenti climatici, ridurremo significativamente i danni alle foreste. In quest’ottica appaiono del tutto contraddittorie le scelte del ministero tedesco per l’Economia, diretto da Katherina Reiche (CDU). Nei punti quadro della futura legge sulla modernizzazione negli edifici, che si intende approvare al Bundestag entro luglio, si riapre alla possibilità di impiegare caldaie a gas o gasolio, pur imponendo che dal 2029 siano alimentate con almeno il 10% di biocombustibili.
Circa un terzo delle emissioni totali di CO2 proviene dal settore edilizio, e Katharina Dröge, capogruppo parlamentare dei Verdi, contesta: “Di fatto, questa coalizione sta abbandonando completamente gli obiettivi climatici della Germania”. Sibylle Braungardt dell’Öko-Institut calcola, rispondendo alla ZDF, la seconda televisione tedesca, che l’obiettivo vigente del 65% di energie rinnovabili nel settore del riscaldamento potrebbe far risparmiare circa 30 milioni di tonnellate di CO2 tra il 2024 e il 2030; verrà completamente abolito per sostituirlo con una quota di gas e petrolio “verdi” per il funzionamento di sistemi di riscaldamento convenzionali. E Kai Niebert, presidente del Deutscher Naturschutzring, principale e storica rete di associazioni ambientaliste, evidenzia che tanto biogas nemmeno esiste: occorrerebbe piantumare una superficie almeno nove volte Berlino.
La ministra Reiche, alla priorità per pompe di calore e rinnovabili, contrappone per contro “apertura tecnologica”, “flessibilità” e “accessibilità economica” e indica che anche se i sistemi ad energie fossili non vengono più vietati, sono comunque progressivamente resi più cari. Nel frattempo, L’UE chiede un parco immobiliare a impatto climatico zero entro il 2050, e che la transizione energetica sia imboccata con maggiore decisione. Invece la ministra intende eliminare anche i sussidi allo sviluppo di pannelli solari sui balconi. Non solo: forte dell’esperienza come ex responsabile della filiale E.ON Westenergie, vecchio nome della principale controllata regionale del gruppo energetico tedesco E.ON, per gestire meglio i rischi di sovraccarico delle reti la ministra vuole anche intervenire nel sistema di assegnazione delle connessioni di fonti di energie rinnovabili. Ad oggi gli allacciamenti avvengono in ordine di richiesta, mentre Reiche vuole che in futuro siano i gestori a poter decidere: dove ci sono già molti impianti di rinnovabili sarà più difficile ottenere l’allacciamento.
Inoltre, i gestori dovrebbero poter imporre sussidi per i costi di costruzione. Un regalo a fronte di ritardi di almeno sette anni nello sviluppo delle reti di distribuzione. L’effetto per gli sviluppatori di impianti rinnovabili sarà invece di perdere per anni gli indennizzi pagati dai gestori quando staccano un parco eolico o solare dalla loro rete per sovraccarico, e quindi un elemento di sicurezza alla pianificazione di nuovi parchi di collettori. D’altronde, coi prezzi del carburante oltre i due euro al litro in seguito al conflitto in Medio Oriente e ai problemi nello Stretto di Hormuz, si stanno già risvegliando le paure del caro energia che nel 2022 portarono la Germania in recessione. Anche se il Paese oggi è più preparato, non deve fallire la transizione energetica.
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