L’algoritmo che svela l’algoritmo: Deezer e l’identità della musica del futuro

Le intelligenze artificiali stanno penetrando, sempre più a fondo, nel mondo della produzione musicale. Non è più una frontiera sperimentale o un gioco per smanettoni: è una vera e propria realtà industriale, quotidiana e ben strutturata. In questo scenario, una domanda diventa inevitabile: gli ascoltatori hanno il diritto di sapere cosa stanno ascoltando? Hanno il diritto di sapere se una canzone è frutto di un’elaborazione software, o se nasce da un processo umano tradizionale? Questa informazione non dovrebbe essere visibile, dichiarata ed accessibile?
È su questo terreno che si colloca la scelta di Deezer, che ha sviluppato e brevettato un algoritmo proprietario capace di riconoscere, con elevata accuratezza, i contenuti musicali generati dalle IA caricati sui propri server. Nessun tribunale estetico, nessuna censura mascherata, nessuna critica – semplicemente un tag informativo che segnali all’utente l’origine del brano che sta ascoltando. Trasparenza, appunto.
Ed è una parola che pesa, soprattutto in un mondo che tende, sempre più, a nascondere la verità, o peggio, a frammentarla in versioni personalizzate, comode, superficiali ed emotivamente manipolabili. In questo contesto, la trasparenza non è un dettaglio tecnico, ma è un atto politico, sociale e culturale. Serve agli ascoltatori, certo, ma serve soprattutto agli artisti, perché consente alla piattaforma di valorizzare — anche concretamente — chi crea davvero musica, ad esempio favorendone l’inserimento nelle playlist ufficiali rispetto a chi si limita ad adattare, rifinire o assemblare materiale generato, in larga parte, da modelli di IA.
Senza entrare nei segreti industriali coperti dal brevetto, il sistema di Deezer si basa su una combinazione di audio finger-printing spettrale avanzato, di analisi statistica dei pattern sonori e di modelli di machine learning addestrati su dataset misti (musica umana e musica generata). Le canzoni prodotte dalle IA, infatti, presentano, molto spesso, caratteristiche ricorrenti: distribuzioni spettrali che sono, ovviamente, troppo regolari; strutture armoniche prevedibili; micro-variazioni timbriche statisticamente sospette; assenza di elementi di “rumore umano” nelle proprie dinamiche. L’algoritmo non deve giudicare il valore artistico del brano, ma deve riconoscere la firma del processo. Non se suona bene, ma come è stato suonato.
È importante chiarirlo: non si parla di watermark espliciti inseriti nei singoli file, sarebbe banale, bensì di tracce implicite lasciate dai modelli generativi, una sorta di accento digitale che tradisce l’origine artificiale dello specifico contenuto.
Ovviamente Deezer utilizza questo algoritmo sulla propria piattaforma, ma la domanda resta aperta: perché gli altri non fanno la stessa cosa? Sarebbe bello ed auspicabile che anche Apple Music, YouTube e, soprattutto, Spotify — spesso criticata per l’opacità delle sue playlist algoritmiche — offrissero le stesse informazioni agli utenti. I numeri, però, raccontano uno squilibrio evidente: circa 10 milioni di abbonati per Deezer contro i circa 270 milioni di Spotify. Eppure, proprio qui sta la scommessa. Non sul volume degli affari e dei ricavi, ma sul futuro. Una scommessa che punta sull’impatto emotivo, sulla conoscenza, sull’umanità, sulla verità. Perché, alla lunga, la consapevolezza potrebbe diventare un valore competitivo, spostando il centro di controllo dello streaming audio dal mercato alla musica, dalla finzione al contenuto, dalla menzogna alla verità.
C’è poi un aspetto tutt’altro che secondario, legale ed economico. La rete è sempre più infestata da brani generati interamente tramite IA, caricati in massa e poi “drogati” da bot automatici che gonfiano gli ascolti così da incassare ingenti royalty indebite. Un sistema di frode industriale che, ovviamente, danneggia gli artisti reali e falsifica il valore stesso dello streaming. A questo si aggiunge poi un’ombra ancora più inquietante: alcune piattaforme sono state accusate di inserire “artisti fantasma” nelle playlist più popolari — musica anonima e a bassissimo costo — con l’obiettivo di abbassare il pagamento delle royalty. In questo scenario, l’algoritmo brevettato di Deezer diventa uno strumento cruciale: l’unico, al momento, capace di riconoscere i contenuti generati dalla IA e di escluderli dalle playlist ufficiali.
Ma la domanda finale resta sospesa, ed è forse la più importante: esiste davvero la volontà di farlo? Perché la tecnologia, da sola, non basta. Senza una scelta etica e culturale, anche l’algoritmo più trasparente rischia di diventare solamente un altro strumento al servizio del silenzio che piace tanto ai potenti.
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