Labyrinth compie 40 anni: quando i film per bambini avevano ancora il coraggio di spaventarci
C’è una verità innegabile che si nasconde tra i glitter, le canzoni pop e i leggendari costumi attillati di David Bowie: Labyrinth è un film che fa paura. Ed è proprio questa la chiave della sua intramontabile potenza, nonché il motivo per cui il cinema per ragazzi di oggi sembra aver smarrito la retta via.
Labyrinth e David Bowie: il fascino dl grottesco
A quarant’anni dal suo debutto, il capolavoro di Jim Henson (prodotto da George Lucas) rimane un esperimento unico. Non è solo un fantasy musicale; è un viaggio psicologico pieno di creature grottesche, situazioni inquietanti e una logica da incubo che attinge direttamente dalle fiabe più oscure dei fratelli Grimm o dai miti celtici.
Dalle mani ammiccanti che formano il “Pozzo dei Cercatori” alla Palude dell’Eterno Puzzo, fino ai deformi abitanti di Goblin City, Henson e l’illustratore Brian Froud hanno creato un mondo che non cerca mai di rassicurare lo spettatore. Al contrario di molti film moderni, “blobbosi” e colorati, Labyrinth abbraccia il bizzarro e l’esistenziale.
Il punto centrale dell’analisi è una filosofia che oggi sembra perduta: l’idea che i bambini meritino di provare paura. Negli anni ’80, film come Labyrinth, Dark Crystal o La Storia Infinita trattavano il pubblico giovane con un rispetto quasi adulto. Gli autori capivano che la paura è un’emozione formativa: insegnare a un bambino che il mondo può essere spaventoso e ingiusto (come dice Jareth a Sarah: “Non è corretto? Ben detto. Me lo sento dire spesso, ma mi chiedo perché”), ma che si può sopravvivere grazie alla propria forza di volontà, è una lezione preziosa.
Oggi, tra supereroi invincibili e animazioni digitali “pulite”, quel senso di pericolo reale è svanito. Labyrinth non usava CGI, ma pupazzi tangibili che occupavano lo spazio fisico, rendendo la minaccia concreta e viscerale.
Nonostante all’epoca sia stato un flop commerciale che spezzò il cuore di Henson (il quale morì pochi anni dopo senza vederne il successo globale), Labyrinth è diventato il simbolo di un cinema che non esiste più. Un cinema che si fida della capacità dei bambini di gestire l’oscurità.
A 40 anni di distanza, rivedere Sarah che affronta il Re dei Goblin non è solo un esercizio di nostalgia. È un promemoria di come il cinema fantastico abbia perso il suo “potere” nel momento in cui ha smesso di essere un po’ pericoloso. Perché, come dimostra questo cult, i mostri sotto il letto sono molto più interessanti quando li vediamo ballare e cantare sullo schermo, insegnandoci che, alla fine, “non hanno alcun potere su di noi”.
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