La voglia di fuggire e il desiderio di restare: l’intervista ai Satantango

Il 2025 è stato un vero e proprio anno di grazia per lo shoegaze “Made in Italy” con alcune eccellenze affermate come Stella Diana o Glazyhaze che si sono particolarmente distinte. In realtà, però, l’anno appena passato ha messo in luce anche il talento di un duo esordiente che arriva dalla provincia di Cremona, i Satantango, che, con il loro album omonimo, hanno acceso bagliori shoegaze e dream pop irresistibili e coinvolgenti. Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi mettono sul piatto un debutto eccellente, in bilico tra suggestioni autunnali, malinconia e un toccante taglio cinematografico in rigoroso bianco e nero. Il loro nome inizia ad essere sempre più ricorrente e, dopo l’ottima partecipazione alla serata milanese di dicembre di Shoegaza #2, non potevamo farci sfuggire la possibilità di chiacchierare con loro.
L’intervista, nella sua forma originale, la trovate su Rockerilla 546 di febbraio 2026.
In primis complimenti per questo disco meraviglioso. Posso partire da tutte queste belle recensioni e commenti positivi che stanno arrivando e che leggo in giro? Ve li aspettavate?
Grazie mille! Siamo proprio felici della risposta che l’album sta avendo. Sentiamo il calore di chi lo ascolta, molte persone si stanno rivedendo in quello che raccontiamo con la nostra musica e questo non può che farci piacere.
Shoegaze ma non solo. Assolutamente non solo. Da dove partono i vostri riferimenti sonori? Perché parlare solo di My Bloody Valentine e Slowdive mi sembrerebbe riduttivo…
Veniamo entrambi da ascolti molto vari che spaziano dal folk al metal, passando per l’alternative e il progressive. Nella scrittura siamo stati influenzati ovviamente dalla scena shoegaze anni 90, ma tanto anche dalle sonorità dream pop di band come Cocteau Twins e Beach House, senza dimenticare artisti che ci hanno segnato come Placebo, Cure, Deftones, i primi Genesis e Linda Perhacs. Nell’album abbiamo cercato di creare un’identità sonora nostra e riconoscibile facendo convivere influenze diverse.
“Gioventù, amore e rabbia” mi arriva, ora, come una scossa. Eppure all’inizio mi sembrava, musicalmente, quasi fuori tema, quasi troppo sbarazzina…mi avevate fregato con i primi due singoli, non me l’aspettavo…
Ci fa piacere che arrivi come una scossa. Volevamo proprio che un argomento così delicato si accompagnasse a una musica orecchiabile e cantabile. “Gioventù, amore e rabbia” parla di un ragazzo schiacciato dalla società che alla fine decide di arrendersi e togliersi la vita: a volte l’eccessiva drammaticità, sia nel testo che nella musica, va a smorzare la potenza che può avere un messaggio, mentre parlarne con relativa leggerezza e ironia può renderlo più pungente.
Dove porta la Strada Provinciale 6? Ascoltando la canzone sembra che ci conduca al paradiso dello shoegaze. Sai che mi viene la pelle d’oca ogni volta che la sento? E poi quello stacco centrale…ma come vi è venuto in mente?
La SP6 è la strada che costeggia il nostro paese, quindi un po’ un simbolo di evasione, una via di fuga che però prima o poi riporta a casa. La canzone in realtà è nata in brevissimo tempo: inseguivamo un pezzo dalle sonorità eteree, per perdersi un po’, immaginare un orizzonte sfumato e indefinito. La linea melodica e la musica sono nate insieme, in un unico flusso, e anche la parte centrale è arrivata così, senza che ci preoccupassimo troppo di deviare dalla struttura canzone. È stato uno dei pezzi più istintivi dell’album.
Tante fotografie di vita, di ricordi, di stati d’animo. La provincia, il vostro ambiente di vita, certe volte fa venire voglia di andare via o al contrario è un rifugio perfetto?
Probabilmente chiunque vive in provincia conosce quella sensazione sospesa tra la voglia di fuggire e il desiderio di restare. Noi abbiamo deciso di rimanere e di parlarne in musica, senza idealizzarla o demonizzarla, semplicemente cercando di raccontare la nostra vita qui. Tutto il disco deve tanto a questi luoghi.
Orgogliosamente DIY. Tutto fatto a mano da voi si potrebbe dire. Di solito per le cose fatte così ci vuole tempo. Mi chiedo da quanto queste canzoni sono con voi e quanto si sono modificate dai vostri primi demo…
È stato un lavoro molto lungo, soprattutto nella stesura dei testi su questo tipo di sonorità. Alcune canzoni hanno subìto qualche piccolo cambiamento rispetto ai primi demo, ma in realtà la maggior parte dell’album è composto dai provini originali ri-mixati. Non volevamo che andasse persa l’intenzione del momento in cui sono stati scritti, quella specie di “magia” impossibile da ricreare successivamente.
“Villa Alluvioni” mi impressiona fortemente. Quiete e tempesta. Ma una tempesta che sapete controllare, che gestite in modo perfetto. Mi ha fatto venire voglia di sapere se rispecchia la vostra personalità…se siete persone calme ma con un lato “tempestoso”…
Più che descrivere i nostri caratteri, questa canzone è proprio la rappresentazione delle alluvioni che dalle nostre parti avvengono abbastanza spesso, quasi ogni anno. La canzone racconta di una vera villa abbandonata a ridosso del fiume Po come punto di ritrovo tra ragazzi appena prima dell’alba, durante l’ora blu. Abbiamo cercato di descrivere la quiete e la tempesta di cui parli: l’arpeggio iniziale vuole ricordare una pioggerella leggera, seguita dai tuoni e dal sopraggiungere lento ma inesorabile della piena, con il fiume che infine sfonda gli argini fino a sommergere la golena.
“Cinema Tognazzi” è chiusura bella, magistrale, perfetta. Immagino che sia “nata” proprio per essere la canzone finale dell’album…
In effetti “Cinema Tognazzi” per noi non poteva essere che la chiusura del disco, rappresenta proprio la fine di un racconto, del “film”, nonostante i protagonisti della canzone rimangano ad aspettarsi anche dopo i titoli di coda. È stata scritta nello stesso periodo di “9.11”, quindi sin da subito avevamo chiaro come sarebbe iniziato e poi terminato l’album. Già dalla precedente “Sigla” volevamo che l’ascoltatore si sentisse accompagnato in una dimensione protetta, in quell’atmosfera invernale nebbiosa e sgranata, fuori gelida, quasi inquietante, ma dentro rassicurante. Anche il Cinema Tognazzi è un luogo esistente ma ormai abbandonato: per vent’anni è stato il cinema principale nel centro di Cremona, un ricordo per intere generazioni, un luogo dove il tempo si fermava. Oggi del cinema rimane solo la facciata ingrigita smaccatamente anni ’90.
Grazie ancora ragazzi per la vostra disponibilità. Ultima domanda che riguarda i progetti per questo 2026 appena iniziato. Tour in arrivo?
Certamente. Tra gennaio e febbraio abbiamo già fatto un po’ di date e ora ci aspettano questi 3 appuntamenti:
27 marzo 2026: Fiorenzuola d’Arda (PC) – Circolo Arci Tre Rose
28 marzo 2026: Pescara – Scumm
15 aprile 2026: Bologna – Covo Club
Info QUI.




