la Venezia poetica di Kariotakis. Di Apostolos Apostolou (*)
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C’è un momento, nelle prime stagioni della poesia di Kostas Kariotakis, in cui la sua voce, destinata a diventare una delle più amare e disincantate della letteratura greca del Novecento, sembra fermarsi davanti a uno specchio d’acqua. Non è ancora il poeta tragico di Preveza, non è ancora il cantore dell’ironia corrosiva e del disincanto che darà vita al “kariotakismo”. È un giovane poeta che guarda lontano, verso l’Europa delle città simbolo, e tra queste Venezia emerge come una visione.
La poesia “Venezia” (in greco Ω Βενετία, πόλις από…), composta negli anni giovanili di Kariotakis, è un sonetto che appartiene a quel periodo della sua produzione in cui il romanticismo e il simbolismo europeo filtravano con forza nella sensibilità dei giovani poeti greci. In quei versi Venezia non è soltanto una città: è un sogno liquido, una scena teatrale sospesa tra luce e malinconia.
Il poeta non la conosce necessariamente attraverso l’esperienza diretta. La conosce come la conoscevano molti artisti dell’epoca: attraverso l’immaginazione letteraria, la pittura, le cartoline, le cronache dei viaggiatori. Venezia era già un mito culturale europeo, un luogo dove l’acqua e la pietra sembrano parlare la lingua della nostalgia.
Nel sonetto di Kariotakis la città appare come un organismo vivente. I palazzi emergono dalle acque come memorie solidificate, i canali riflettono luci tremolanti e le gondole scivolano lentamente come pensieri che attraversano la notte. L’atmosfera è quella di una serenata lontana, di una musica che arriva da qualche balcone o da una barca che passa nel silenzio della laguna.
È una Venezia romantica, quasi crepuscolare.
Non c’è ancora l’ironia tagliente che segnerà la maturità del poeta. Al contrario, si percepisce un abbandono estetico, una contemplazione della bellezza che sembra appartenere più al simbolismo europeo che alla futura poesia disillusa di Kariotakis. Le immagini sono morbide, luminose, a tratti musicali: la città diventa un mosaico di acqua, pietra e luce.
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Le gondole diventano simboli della lentezza e della malinconia, ma non di quella disperazione esistenziale che caratterizzerà le opere successive. Qui la malinconia è ancora estetica, quasi elegante. È la malinconia delle città antiche che sembrano vivere fuori dal tempo.
Il giovane Kariotakis guarda Venezia come si guarda un quadro.
Questo elemento è fondamentale per comprendere la fase iniziale della sua poetica. Prima di diventare il poeta del disincanto burocratico, dell’alienazione moderna e della satira contro la società greca del suo tempo, Kariotakis attraversa una stagione di sogno letterario. È la stagione in cui la poesia cerca ancora la bellezza come rifugio.
In quel periodo molti poeti greci guardavano all’Europa come a una fonte di rinnovamento culturale. Il simbolismo francese, il decadentismo, la musica della parola erano diventati strumenti per reinventare la poesia ellenica. Venezia, con il suo mito artistico, rappresentava perfettamente quell’immaginario.
Nel sonetto dedicato alla città lagunare si percepisce proprio questa influenza: il gusto per l’immagine raffinata, l’attenzione ai colori della notte, l’uso di un linguaggio suggestivo che costruisce un’atmosfera più che una narrazione.
Eppure, leggendo quei versi oggi, è difficile non scorgere una sottile premonizione.
Anche nella Venezia luminosa del giovane Kariotakis c’è qualcosa di fragile. La bellezza della città sembra quasi galleggiare su una malinconia latente, come se il poeta percepisse già la precarietà delle cose splendide. Venezia è splendida proprio perché è effimera, sospesa sull’acqua, sempre sul punto di dissolversi nella nebbia.
In questo senso la poesia anticipa, inconsapevolmente, la sensibilità tragica che dominerà la sua opera successiva.
Quando anni dopo Kariotakis scriverà Preveza, il suo sguardo sul mondo sarà radicalmente cambiato. La poesia non celebrerà più città romantiche, ma descriverà un universo stagnante, fatto di uffici polverosi, di ironia amara, di una disperazione lucida e quasi burocratica.
La distanza tra la Venezia del sonetto giovanile e la Preveza della maturità è enorme.
Da una parte abbiamo una città immaginata come musica e luce, dall’altra una città reale percepita come prigione esistenziale. Eppure entrambe appartengono allo stesso poeta.
È proprio questa distanza che rende la poesia Venezia così interessante per i lettori contemporanei. Non è soltanto un omaggio a una città iconica della cultura europea. È anche la testimonianza di un momento di passaggio, di una stagione in cui Kariotakis non aveva ancora completamente perduto la fiducia nella bellezza.
Il poeta che in seguito diventerà simbolo del disincanto greco del Novecento qui appare ancora capace di stupore.
Venezia, nei suoi versi, è acqua che riflette le stelle, è il lento scivolare delle gondole, è una città che canta nel silenzio della notte. Una città che sembra fatta per i sogni dei poeti.
E forse proprio per questo il giovane Kariotakis la scelse.
Perché prima della disillusione, prima della satira, prima della tragedia personale che avrebbe segnato la sua vita e la sua morte nel 1928, esisteva ancora uno spazio per la contemplazione.
Uno spazio fatto di acqua, luce e poesia.
Uno spazio che si chiamava Venezia.
E in quel riflesso tremante della laguna possiamo ancora intravedere il volto di un poeta che non era diventato, del tutto, il cantore della disillusione. Per un momento, almeno, Kariotakis si concede il lusso della meraviglia. La città galleggia come una visione, e la poesia diventa una barca silenziosa che attraversa le acque della memoria europea, portando con sé il sogno fragile di una bellezza destinata a svanire.
Apostolos Apostolou
(*) Professore di filosofia
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