La Tosca di Arlia, al “Cilea” di Reggio il trionfo della passione
Che la musica fosse un destino per Giacomo Puccini era scritto nelle stelle, non solo una questione di note ma proprio un fuoco che lo nutriva sin da bambino, uno spazio in cui placare il tumulto della vita e studiare quello dell’amore. E un destino sembra essere, la musica, per il Maestro Filippo Arlia che, reduce dal Mozarteum a Salisburgo, venerdì sera al Teatro “Cilea” di Reggio Calabria ha debuttato con la prima di “Tosca”, per la regia di Mario De Carlo, anche se «non è il mio primo Puccini -ha detto- , nel mio repertorio ci sono già “Madama Butterfly” e “Turandot”, però “Tosca” è sicuramente il Puccini di tutti, un po’ come “La Traviata” è il Verdi di tutti.
Dirigere “Tosca” significa confrontarsi con una partitura che brucia di passione e verità teatrale. È un’opera che non lascia spazio alla distanza: ogni battuta è tensione, ogni pausa è respiro drammatico, ogni esplosione orchestrale è destino che si compie».
E per questa “Tosca” di tutti, realizzata con la collaborazione tra il Conservatorio Tchaikovsky e la Polis Cultura (questa, con la direzione organizzativa di Lillo Chilà), il Cilea («un teatro meraviglioso, in stile italiano, con un pubblico caloroso che ama molto la lirica», dice Arlia) ha ospitato il bell’allestimento scenico, dai bozzetti originali di Nicola Benois, curato da Sormani Scenografie di Milano e illuminato, tra chiaroscuri e colori accesi, dal Light Designer Lorenzo Tropea (maestro alle luci Claudio Bagnato). Tutto, dice il regista e costumista De Carlo, «attraverso gesti, scenografie, costumi, attrezzeria, dichiara quanto di fulgidamente lugubre emerge da questo capolavoro, improntato da sinistra ambiguità, disvelando quel che Michel Foucault chiama «lo splendore dei supplizi», un mondo che nei bagliori della sofferenza e della morte riconosce il suo maggior fasto».
E brucia di passione la partitura, di grande teatralità sin dal primo atto: già nella basilica di Sant’Andrea della Valle si disvela il meccanismo dello «splendore dei supplizi» quando irrompe un lacero Cesare Angelotti, ex console bonapartista fuggito da Castel Sant’Angelo (il baritono Francesco Villella) che si rifugia nella cappella dove la sorella, la marchesa Attavanti, gli ha fatto trovare le chiavi e abiti femminili con cui travestirsi. Ed è lì che lo incontra il pittore Mario Cavaradossi (Samuele Simoncini, tenore dal timbro caldo e dalla buona presenza scenica) che nella basilica lavora a una tela con la Vergine. Si nasconde Angelotti per l’arrivo del sacrestano (Francesco Auriemma) e di Tosca (la soprano Bianca Margean).
Se il personaggio dell’opera lirica è la voce, è la sua voce cristallina ad annunciarla ancor prima di essere vista, e se la voce è un mistero, il corpo è tutto, esso stesso elemento narrativo nel suo dominare la scena. Abito giallo come la gelosia che la tradirà (bellissimi i costumi disegnati da Mario De Carlo e realizzati dalla Sartoria Bianchi di Milano), ma che per lei è anche un vezzo d’amore. Un ruolo molto caro quello di Tosca alla Margean, alla quale presta la sua voce ricca e luminosa, con tutti i passaggi di registro che modulano il pathos dell’interpretazione.
Ed è l’orchestra stessa -ricorda Arlia- a «diventare voce interiore dei personaggi», ad accompagnarli e ad incalzarli, mentre cresce la tensione quando entra in scena il barone Scarpia, un eccezionale Carlos Almaguer (baritono) che all’ambiguo capo della polizia pontificia, «bigotto satiro», dona grande presenza scenica soprattutto nel secondo atto che si apre su Palazzo Farnese. Adesso domina un rosso accecante, funereo, che sembra far sanguinare pure gli arredi sacri in contrasto con l’atmosfera lasciva della scena, tramata da forti tensioni contrapposte.
Rosso anche il sontuoso abito, di passione e di morte, della diva Tosca, ancora una volta una primadonna, ghermita dal luciferino Scarpia, violenza celata dietro lubriche attenzioni, con sullo sfondo Cavaradossi, prigioniero e torturato. Si ascolta amare, disperare, credere, ingannare, e ancora disperare, con la bellissima “Vissi d’arte” di Tosca, una climax di emozioni sostenute da quella musicale, fino a quando avviene quel che mostra il dipinto con Giuditta e Oloferne, in presaga evidenza. Ben presto tutto si consuma, nel terzo atto gli eventi precipitano, c’è solo un breve spazio per la quiete, addolcita dal lirismo dell’elegiaca “E lucevan le stelle”, che Cavaradossi intona con timbro commosso: è un’alba romana dai colori struggenti vista da Castel Sant’Angelo, dove irrompe una Tosca di viola vestita, ancora un colore parlante. Sembra quasi che il lutto le si addica mentre recita il suo ultimo atto.
Una “Tosca” assai acclamata dal pubblico, un omaggio di Arlia insieme alla impeccabile Orchestra Filarmonica della Calabria, alla sua Calabria, «terra di contrasti tra luce intensa e ombre improvvise, vive dentro questa lettura musicale» e che si ritrovano in Tosca «con la stessa intensità emotiva».
E tra coloro che hanno contribuito alla eccellente resa dell’opera, Emanuele Campilongo e Giuseppe Calabretta (i gendarmi Spoletta e Sciarrone), Andrea Borzachiello (carceriere), l’International Oper choir diretto da Giovanni Mirabile, il Coro Voci Bianche “Note celesti” diretto da Alessandro Bagnato. E ancora, Andrea Calabrese (Maestro sostituto), Serenella Fraschini e Francesca Allegra (Maestri collaboratori), Marco Labate (assistente alla regia), Grazia D’Agostino (assistente ai costumi), Carmen Staiano (direttore di palcoscenico), il Gruppo Acconciatori Reggini per acconciature e trucco e MG Multiservizi per gli allestimenti.
Source link




