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La tela di Islamabad e l’ombra della Cina sulla pace in Medio Oriente

Pakistan e Cina, ma anche Turchia, Egitto e Oman. Sono diversi i Paesi che si ritiene abbiano tentato di mediare – o almeno di esercitare pressioni diplomatiche – in queste settimane di guerra tra Stati Uniti e Iran. Un particolare peso specifico lo ha il Pakistan, che nei prossimi giorni punta a ospitare a Islamabad colloqui tra rappresentanti di Washington e Teheran.

Il ruolo silenzioso della Cina

Ma un ruolo importante, sebbene forse più silenzioso, verso un primo accordo generico di cessate il fuoco lo avrebbe svolto anche la Cina: questo almeno è quello che hanno detto tre funzionari iraniani al New York Times, spiegando come Pechino abbia usato la sua forte influenza su Teheran per convincerla ad accettare la proposta di tregua di due settimane. Un’ipotesi caldeggiata anche dal presidente americano Trump in un’intervista alla Afp a un mese dal faccia a faccia con Xi Jinping in programma in Cina a maggio.

Pechino non ha interessi sulla guerra

E ribadito dalla Casa Bianca che ha parlato di colloqui «di alto livello” sull’Iran. Pechino – grande acquirente di petrolio iraniano, importante risorsa economica per Teheran – non ha alcun interesse a una lunga guerra con ripercussioni negative sulle forniture di idrocarburi e sull’economia globale, spiega il New York Times, secondo cui, allo stesso tempo, «i prestiti provenienti dalla Cina sono diventati vitali per mantenere a galla l’economia pachistana, fortemente indebitata».

Mentre la Bbc sottolinea come l’aumento del prezzo del greggio potrebbe danneggiare l’industria cinese. E per far abbassare i prezzi del petrolio è necessario che finisca definitivamente il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz, da cui si stima che passi un quinto delle forniture globali di greggio. Anche il Pakistan importa grandi quantità di idrocarburi e l’impennata dei prezzi del greggio gli sta creando non pochi grattacapi.

Il Pakistan dialoga con tutti

Islamabad ha una peculiarità: appare in grado di dialogare sia con l’Iran sia con gli Usa, ma anche con la Cina, e in queste settimane ha messo su una complessa tela diplomatica. A fine marzo, il suo ministro degli Esteri Ishaq Dar ha incontrato a Pechino il capo della diplomazia cinese Wang Yi per promuovere quello che hanno definito come un «piano di pace in cinque punti». E pochi giorni prima a Islamabad si erano svolti colloqui tra i ministri degli Esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.

Attore diplomatico principale

Il Pakistan – il cui governo è accusato di soffocare il dissenso e calpestare la libertà di stampa – tenta così di rilanciarsi come attore diplomatico e rafforzare i rapporti con l’amministrazione di Donald Trump, che già nell’ultimo anno sembrano essere notevolmente migliorati. Islamabad ha infatti assecondato Trump sia entrando nel cosiddetto «Board of Peace” per Gaza sia sostenendo le sue mire sul Nobel per la pace. Se a parlare a nome del governo pachistano è di solito il premier Shehbaz Sharif, Washington pare aver invece scelto come interlocutore di riferimento il potente capo delle forze armate, Asim Munir, già salutato da Trump come il suo «Maresciallo di campo preferito».

La Reuters sostiene inoltre che il Pakistan avrebbe «stretto un accordo con un’azienda di criptovalute legata alla famiglia di Trump». Ma il Pakistan è anche in buoni rapporti con Teheran: non ha basi americane sul proprio territorio e ospita nella propria ambasciata negli Usa una “sezione di interessi» iraniana sin dalla rivoluzione islamica del 1979.


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