Ambiente

La tassa dei ricchi che fa discutere la Francia

Nella Francia dove si fatica a trovare un successore credibile al macroniano Beyrout, sfiduciato qualche settimana fa con voto di destra e sinistra unite, si discute ancora della tassa proposta da Gabriel Zucman (allievo di Thomas Piketty) di tassare del 2% i patrimoni netti che superano i 100 milioni di euro. Gli economisti si dividono sull’efficacia di questa tassa, che pure promette di portare 20 miliardi nelle dissestate casse statali d’oltralpe. Da filosofi cerchiamo di interrogarci sulla giustizia di una simile mossa, al netto di considerazioni di fattibilità ed efficienza. Prima, però, un po’ di numeri, in gran parte tratti dagli ultimi report di Oxfam. Partiamo dal fatto, abbastanza noto, che l’ineguaglianza economica nel mondo è cresciuta a dismisura. Se nel 1996 la ricchezza delle 500 persone più ricche equivaleva al 6% del Pil mondiale, oggi è pari al 40%. Forse meno noto è che il trend non risparmia le liberal democrazie, nemmeno quelle europee tradizionalmente più aperte a redistribuzione e welfare. Se nei molto diseguali Stati Uniti l’1% più ricco della popolazione nel 2007 deteneva il 35% della ricchezza nazionale, nel 2018 la percentuale non era molto diversa. In Italia, invece, nel 2007 la quota di PIL appannaggio dei più ricchi era ferma intorno al 17% e in appena 10 anni è salita quasi al 25%. Trend simili si registrano in Francia e nel Regno Unito. Ma ancor meno noto è che tutto questo è anche dovuto a precise decisioni politiche. Mentre fra 2007 e 2015 la tassazione d’impresa è scesa di un considerevole 0,5% del PIL, quelle sui redditi da lavoro dipendente sono aumentate più o meno della stessa percentuale. E mentre la tassazione su redditi e ricchezze elevati è scesa, è aumentata quella sulle fasce medio-basse.

Cosa ci dicono questi dati? Che l’aumento esponenziale della diseguaglianza discende anche da precise scelte. Viene da pensare che i più ricchi abbiano trovato il modo di convincere l’opinione pubblica democratica che era giusto abbassare loro le tasse, magari con la trita argomentazione che tutti avrebbero in qualche modo beneficiato dal loro divenire più ricchi: si tratta della famosa, quanto infausta, ‘trickled-down economy’. Passando alle ragioni pro o contro la tassa Zucman, il nesso tra aumento della diseguaglianza e benefici fiscali per i più ricchi ci dice tre cose in decrescente ordine di banalità. Al primo posto c’è questa: se i più benestanti pagano oggi un 2% sul loro capitale, anche se questo è stato già tassato, non fanno altro che restituire quello che avrebbero dovuto pagare ma non hanno versato sfruttando politiche fiscali scellerate. L’argomentazione di media banalità riguarda il collasso del processo democratico nei nostri Paesi. Tutto fa pensare che i ricchi sono così politicamente influenti da riuscire a far approvare leggi che avvantaggiano loro e svantaggiano i più poveri. Scienziati politici americani, come Martin Gilens and Benjamin Page, hanno mostrato che negli ultimi 30 anni il congresso statunitense non ha mai varato un provvedimento che fosse contrario agli interessi dei più ricchi. Le nostre democrazie stanno diventando sistemi oligo-plutocratici e quindi dispotici. Il punto fondamentale e meno banale, però, è il seguente: al netto dei benefici fiscali che i ricchi sono riusciti ad assicurarsi, e quindi assumendo che paghino le tasse che devono, è tempo di chiedersi se sia giusto che un imprenditore di successo debba guadagnare e avere non molto più di un insegnante, di un poliziotto, di un impiegato, ma mostruosamente di più. Cosa giustifica l’idea che un cittadino possa diventare ricco senza limiti solo se è bravo e/o fortunato abbastanza? L’indubbia difficoltà di stabilire quando il di più diventa troppo certo non ci riesce. Una stima approssimata è possibile, come dimostrato da alcuni studi recenti. Piuttosto, sul retro si scorge un’idea di merito e libertà tanto diffusa quanto indifendibile: la libertà di impresa e il duro lavoro forniscono un titolo assoluto a qualsiasi misura di ricchezza si riesca ad accumulare. Non importa se questo lede alcuni gangli cruciali del vivere comune, come la promessa di avere più o meno lo stesso potere di incidere su decisioni democratiche. La sinistra degli ultimi decenni, non a caso in sistematica crisi di identità, ci ha detto di non essere contro la ricchezza ma contro la povertà. Leggi: della diseguaglianza non ci occupiamo, basta che nessuno sia povero. Che spettacolare harakiri.


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