Friuli Venezia Giulia

La Slovenia post-jugoslava, ma con Tito sempre in vetrina

18.01.2026 – 08.00 – La Slovenia fu la prima, alla fine degli anni Ottanta, a capire che la Jugoslavia di Tito era diventata una stanza troppo stretta. La più determinata a voltare pagina, la più rapida a imboccare la strada dell’indipendenza. Eppure, a distanza di oltre tre decenni, è proprio qui che il mito del maresciallo sembra rifiutarsi di andare in pensione. Come sanno bene i goriziani sul monte Sabotino qualcuno continua con ammirevole costanza a sistemare i massi che formano una scritta dedicata a Tito. Vicino a Capodistria, ai primi di maggio, al calare della notte, si accendono le torce per far brillare “Naš Tito”, il nostro Tito, come se il tempo si fosse fermato. Nella cittadina istroveneta, la piazza principale porta ancora il suo nome. Tutti i tentativi di ribattezzarla sono naufragati, e dopo l’indipendenza il Comune faticò persino a rimuovere il busto del maresciallo dal salone principale.

Come ricorda La Voce del Popolo, a pochi chilometri di distanza, a Isola, un’associazione che coltiva la memoria del dittatore balcanico vende ancora calendari con il suo volto, reperibili senza troppa fatica perfino in alcuni centri commerciali. In certi negozi sugli scaffali campeggiano bottiglie di “Marshal”, liquore alle erbe con Tito in uniforme da ammiraglio sull’etichetta. Un merchandising nostalgico che convive con un dibattito tutt’altro che spento.

C’è chi in Slovenia oggi riconosce che la Jugoslavia fosse un Paese autoritario, ma aggiunge subito che anche oggi, in Europa, crescono coloro che guardano con simpatia a modelli simili e ne lodano l’efficienza. I più critici liquidano il fenomeno come la nostalgia di anziani signori che ricordano con affetto un’epoca in cui erano giovani e, soprattutto, vivi protagonisti della scena. Una storia che, ammoniscono, non si è chiusa nel migliore dei modi: l’atto finale dell’unità e fratellanza jugoslava è stato un bagno di sangue, ben rappresentato dalle stragi di Srebrenica, Prijedor, Vukovar o Meja, giusto per citarne alcune.

In Slovenia però ci sono ancora una decina di città con strade intitolate a Tito. Lubiana, dopo l’indipendenza, fu drastica: cancellò il suo nome dallo stradario e fece rimuovere la statua, trasferendola nel parco del castello di Brdo. Ma anche lì il maresciallo non ha mai smesso di creare imbarazzi. Nel 2021, durante la presidenza slovena del Consiglio dell’Unione europea, il governo di centrodestra si accorse improvvisamente che il monumento necessitava di un urgente restauro. Far sfilare i leader europei davanti a un Tito pensoso in bronzo non era esattamente nei piani di Janez Janša. Ne seguì l’ennesimo putiferio nazionale: in Slovenia il passato resta una materia altamente infiammabile. Non a caso il sindaco di Lubiana, Zoran Janković, tentò di reintrodurre Tito nello spazio urbano, scegliendo però una strada periferica. La questione arrivò fino alla Corte costituzionale, che nel 2011 stabilì che le intitolazioni già esistenti fossero più che sufficienti e che non fosse opportuno dedicarne di nuove a chi simboleggiava il vecchio regime.

A Velenje, alla morte di Tito, la città si ribattezzò Titovo Velenje. Il nome sparì dopo l’indipendenza, ma la piazza e il monumento rimasero. Anche qui recentemente il conflitto è riemerso: c’è chi chiede di rimuovere gli ultimi simboli e chi non ne vuole sapere. Lo scorso anno sono arrivate richieste formali e manifestazioni di sostegno. Poi, a novembre, qualcuno ha deciso di passare ai fatti: la statua di Tito è stata decapitata. La testa, caricata su un’auto da un quarantanovenne del posto, è durata poco: fermato dalla Polizia, ha dovuto restituire il monumento alla città.

Il dibattito su Tito e sull’eredità jugoslava, dunque, resta apertissimo. La Slovenia sembra prigioniera della propria storia, e Lubiana continua a fare i conti con un passato che non passa, pronto a riaccendersi ciclicamente nel confronto politico, culturale e identitario tra destra e sinistra. Finché il Paese discuterà di statue, toponimi e reliquie ideologiche, sarà difficile immaginarlo completamente rivolto al futuro. Perché qui, più che altrove, la memoria è un campo di battaglia. E, in fondo, parlare del passato è sempre più semplice che immaginare ciò che verrà.

[l.d.]




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