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la scoperta di un nuovo studio

L’abbigliamento degli operatori sanitari è da tempo al centro dell’attenzione della comunità scientifica per il possibile ruolo nella diffusione delle infezioni ospedaliere. Dallo stetoscopio alle cravatte dei medici, fino agli accessori personali come orologi e anelli, numerosi studi hanno dimostrato come alcuni oggetti di uso quotidiano possano diventare veicoli per batteri e altri agenti patogeni. Un nuovo filone di ricerca si concentra ora su un elemento apparentemente innocuo ma molto diffuso negli ambienti sanitari: le maniche lunghe delle divise. Uno studio condotto negli Stati Uniti suggerisce che queste potrebbero rappresentare un ulteriore fattore di rischio per la contaminazione batterica, aprendo la strada a possibili cambiamenti nelle pratiche di igiene e nelle politiche sull’abbigliamento in ospedale.

La ricerca, diffusa in questi giorni da Adnkronos, è stata realizzata da Maria F. Sanes Guevara e colleghi dell’Upmc Presbyterian di Pittsburgh, uno dei principali centri ospedalieri statunitensi. L’obiettivo dello studio era valutare il livello di contaminazione batterica presente sulle maniche lunghe degli indumenti indossati da medici e infermieri durante l’attività clinica. L’indagine si inserisce in un contesto più ampio di attenzione verso le infezioni nosocomiali, ovvero quelle contratte dai pazienti durante il ricovero o le cure in strutture sanitarie. Queste infezioni rappresentano una sfida significativa per i sistemi sanitari di tutto il mondo, sia in termini di sicurezza dei pazienti sia di costi economici.

Per analizzare la presenza di microrganismi sulle maniche, i ricercatori hanno raccolto 280 campioni da operatori sanitari impegnati in diversi reparti ospedalieri. I campioni sono stati prelevati dalle superfici delle maniche lunghe durante l’attività lavorativa e successivamente analizzati in laboratorio per identificare eventuali batteri presenti. I risultati hanno mostrato un quadro significativo: l’81% delle maniche lunghe esaminate presentava una crescita batterica, mentre nel 21% dei campioni è stato individuato almeno un patogeno potenzialmente pericoloso per la salute.

Questi dati evidenziano come le maniche lunghe possano fungere da superficie di accumulo per diversi microrganismi. Sebbene lo studio non abbia dimostrato in modo diretto la trasmissione di batteri dagli indumenti agli assistiti, la presenza diffusa di contaminazione suggerisce un possibile ruolo indiretto nella diffusione delle infezioni ospedaliere. I ricercatori sottolineano infatti che il contatto frequente tra operatori, pazienti e superfici rende gli indumenti una possibile interfaccia di scambio microbico.

Tra i microrganismi identificati nello studio figurano diverse specie di batteri comunemente presenti nell’ambiente ospedaliero. In 28 campioni sono stati rilevati streptococchi alfa-emolitici, mentre in 20 casi sono state isolate specie appartenenti al genere Bacillus. Otto campioni hanno mostrato la presenza di specie Pantoea e Mixta, sei campioni contenevano bacilli gram-negativi e in due casi è stato individuato lo Staphylococcus aureus. Quest’ultimo è noto per la sua capacità di causare infezioni anche gravi, soprattutto in pazienti con difese immunitarie ridotte o sottoposti a procedure invasive.

Un aspetto particolarmente rilevante emerso dall’indagine riguarda i materiali utilizzati per la realizzazione delle maniche. I risultati indicano che alcuni tessuti possono favorire maggiormente la proliferazione batterica rispetto ad altri. Il pile si è rivelato il materiale più “ospitale” per i microrganismi: oltre il 41% delle maniche in pile ha mostrato la presenza di almeno un patogeno potenziale. I tessuti sintetici non in pile hanno registrato una contaminazione del 32,8%, mentre il cotone ha evidenziato una percentuale più contenuta, pari al 24,1%. Questi dati suggeriscono che la scelta dei materiali potrebbe influire sulla capacità degli indumenti di trattenere o meno i batteri.

La distribuzione della contaminazione tra i diversi reparti ospedalieri ha evidenziato ulteriori differenze. Nei reparti ordinari, il 69,6% delle maniche campionate presentava crescita batterica, contro il 30,4% rilevato nelle unità di terapia intensiva. Questa discrepanza potrebbe essere spiegata dalla maggiore rigidità delle misure di controllo delle infezioni nelle aree ad alta intensità di cura, dove protocolli di igiene più stringenti e l’uso frequente di dispositivi di protezione individuale sono già ampiamente adottati.

Secondo diversi esperti, la riduzione del rischio di contaminazione potrebbe passare anche attraverso cambiamenti semplici ma sistematici nelle abitudini quotidiane degli operatori sanitari. Tra questi, la pratica di mantenere le braccia scoperte sotto i gomiti – evitando quindi le maniche lunghe – è considerata una possibile strategia preventiva. Questo approccio, noto come “bare below the elbows” (scoperti sotto i gomiti), è già adottato in alcuni Paesi. Nel Regno Unito, ad esempio, esiste da tempo una politica che incoraggia medici e infermieri a non indossare maniche lunghe, cravatte, orologi e gioielli durante l’attività clinica. L’obiettivo è facilitare un’adeguata igiene delle mani e ridurre le superfici su cui i batteri possono depositarsi.

La Society for Healthcare Epidemiology of America sostiene questa pratica da oltre un decennio, anche se negli Stati Uniti non è stata introdotta come obbligo a livello nazionale. Le politiche relative all’abbigliamento sanitario restano infatti generalmente affidate alle singole strutture ospedaliere, che possono adottare linee guida diverse in base alle proprie esigenze e valutazioni di rischio. Lo studio condotto a Pittsburgh potrebbe tuttavia contribuire a riaccendere il dibattito sulla necessità di uniformare le raccomandazioni e rafforzare le misure preventive.

Gli esperti sottolineano inoltre l’importanza di integrare eventuali modifiche all’abbigliamento con pratiche igieniche rigorose. Il lavaggio e la disinfezione delle mani restano tra le misure più efficaci per prevenire la diffusione delle infezioni, così come l’uso appropriato di dispositivi di protezione individuale quali guanti, camici monouso e mascherine. Anche la rimozione di accessori personali come anelli e orologi durante l’attività clinica può contribuire a ridurre la carica microbica complessiva.

Un elemento emerso dalla ricerca riguarda la rapidità con cui gli indumenti sanitari possono contaminarsi. Gli autori dello studio osservano che anche i capi appena lavati possono diventare significativamente contaminati nel giro di poche ore dall’inizio del turno di lavoro. Questo dato solleva interrogativi sull’efficacia delle sole pratiche di lavaggio come misura di prevenzione e rafforza l’idea che siano necessari interventi multipli e coordinati.

Nel complesso, lo studio non fornisce prove definitive di una trasmissione diretta delle infezioni dai vestiti degli operatori ai pazienti, ma evidenzia un potenziale rischio che merita ulteriori approfondimenti. Le maniche lunghe, in particolare, potrebbero rappresentare una superficie di contatto aggiuntiva tra operatori, pazienti e ambiente ospedaliero, favorendo il trasferimento indiretto di microrganismi.

Alla luce dei risultati, gli autori suggeriscono la necessità di ulteriori ricerche per valutare in modo più preciso l’impatto dell’abbigliamento sulla diffusione delle infezioni nosocomiali e per definire eventuali linee guida più stringenti. Nel frattempo, l’adozione di misure semplici e a basso costo – come arrotolare le maniche e migliorare l’igiene delle mani fino ai polsi – potrebbe rappresentare un primo passo verso una maggiore sicurezza nei contesti di cura.

Il tema dell’abbigliamento sanitario, spesso considerato secondario rispetto ad altri aspetti della prevenzione delle infezioni, torna dunque al centro del dibattito scientifico. In un contesto in cui la sicurezza dei pazienti è una priorità assoluta, anche dettagli apparentemente minori come la lunghezza delle maniche potrebbero contribuire a fare la differenza. L’attenzione crescente verso questi fattori riflette una visione sempre più integrata della prevenzione, in cui ogni elemento dell’ambiente di cura viene analizzato per ridurre i rischi e migliorare la qualità dell’assistenza.


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