Ambiente

La riforma della PA e come cacciare i peggiori

In un recente articolo, (30 dicembre, Project Syndicate) Nouriel Roubini afferma “La vera minaccia che l’Europa deve affrontare risiede nella propria arretratezza economica e tecnologica. Tra il 2008 e il 2023, il PIL è aumentato dell’87% negli Stati Uniti, rispetto ad appena il 13,5% nell’UE. Nello stesso periodo, il PIL pro capite dell’UE è sceso dal 76,5% del livello statunitense al 50%. Anche lo stato americano più povero –il Mississippi– ha un reddito pro capite più elevato rispetto a quello di diverse importanti economie europee, tra cui Francia, Italia e la media dell’UE.”. Quel che colpisce nella citazione riportata non sono i dati, ben noti, della crescita anemica europea rispetto agli Stati Uniti, ma le riflessioni che ci sollecita. La prima è che, forse, non si deve ragionare sempre e solo in termini relativi e soprattutto si deve guardare oltre alle statistiche aggregate relative a Pil e produttività, che sembrano dirci sempre meno verità. Personalmente ho molti dubbi che il livello di vita diffuso tra gli abitanti del Mississippi sia superiore a quello italiano o francese, e non mi riferisco solo alla “qualità della vita”, ma anche al benessere materiale misurabile non solo in termini di Pil. L’Europa rimane in prevalenza un’area di benessere economico, pur con problemi di distribuzione irrisolti che non dobbiamo considerare solo fisiologici. Non siamo diventati poveri. La seconda riflessione riguarda, come ci ricorda Roubini assieme a tutti gli economisti europei, il gap tecnologico e di innovazione dell’Europa rispetto sia a Stati Uniti sia a Cina, anche se quest’ultima ha ancora un pil pro-capite inferiore a quello europeo. In un recente articolo Philippe Aghion, fresco vincitore del premio Nobel per l’economia, ci ricorda che in Europa vi è un problema di funzionamento del meccanismo di “distruzione creatrice” che è la molla dell’innovazione e della dinamica economica. La molla inceppata dal protezionismo.

Ma tutto ciò è avvenuto prima di Trump. In cosa la realtà è oggi cambiata? In estrema sintesi, il governo degli Stati Uniti nel 2025 ha comunicato al mondo che l’ordine globale economico, con le sue relazioni economiche e finanziarie più o meno codificate, non risponde più agli interessi americani. Ne consegue lo shock dell’innalzamento di dazi e la messa in discussione del ruolo del dollaro, accompagnata da una visione del sistema monetario internazionale in cui potranno competere monete pubbliche e private. Non sappiamo ancora quale sarà l’impatto quantitativo di questi shock che incidono, tramite incertezza, sulla crescita globale dal lato dell’offerta, cioè sulle decisioni di investimento, sull’inflazione e sulle catene produttive globali. Gli effetti disastrosi attesi sull’economia americana ancora non si sono avuti, in termini di maggiore inflazione e meno crescita, ma neppure si vede la nuova era dell’oro preconizzata dall’amministrazione Trump. Per la maggior parte degli economisti maggiori effetti negativi sull’economia americana si dispiegheranno nell’anno che si apre, perché questo ci dice la teoria economica. Si vedrà. Ma a noi interessano i possibili effetti sul resto del mondo, sull’Europa e sull’Italia in particolare. Ma molto dipenderà anche dalla loro risposta.

In questo quadro di incertezza conviene concentrarsi sui fondamentali e su come attrezzarsi. La speranza è che la UE non prosegua nella suicida deriva protezionistica. Il gap tecnologico e di innovazione non si cura con la chiusura ma importando, da dove oggi si genera, tecnologia e innovazione e creando le condizioni per la convergenza futura verso chi oggi è più avanti.

Ma veniamo all’Italia. Credo che sia stata intrapresa una strada corretta. L’Italia gode oggi di stabilità politica, finanziaria e sociale. Alcuni anni fa questa situazione non era scontata. La legge di bilancio appena approvata conferma una gestione corretta delle finanze pubbliche che ha riportato all’Italia la fiducia dei mercati. A causa dell’alto grado di incertezza che domina il mondo, questo risultato ha valenza di sicurezza nazionale ed è il pre-requisito per il rilancio degli investimenti e della crescita. E questa politica non ha impedito l’aumento dell’occupazione e la diminuzione del tasso di disoccupazione, che sono la base di una sostanziale stabilità sociale.

Continuare la strada intrapresa significa, tuttavia, continuare a scavare in un bilancio pubblico di oltre mille miliardi per trovare risorse perse in tanti rivoli per convogliarle laddove è più equo e laddove è più produttivo, senza il ricorso a nuove tasse o nuovo debito. C’è spazio per farlo, mentre non ci sono ancora le condizioni interne ed internazionali per una politica di espansione fiscale. È oltretutto sbagliata l’idea che la crescita dipenda principalmente dall’azione del governo attraverso la politica di bilancio. Ricordiamo che dal Ministero dell’Economia e delle Finanze si governa, con il consenso del parlamento, il reperimento delle risorse finanziarie (tasse) e la loro allocazione ai capitoli di spesa, ma non si controlla l’uso efficiente delle risorse da parte dei ministeri di spesa, dai quali passano anche i flussi finanziari destinati al settore privato. Questo rimane il grande ostacolo. Siamo ancora, quindi, a parlare di riforma della PA come la riforma di tutte le riforme. Avendo passato una vita nel settore pubblico, in diverse posizioni, mi sono tuttavia convinto che non è sufficiente cambiare le norme e che il problema non sia neppure quello di attrarre i migliori nella PA, perché non ne mancano. Il problema è come cacciare i peggiori. Siamo sempre al tema della “distruzione creatrice”: non si crea senza distruggere e non si innova se non si cambiano metodi e persone.


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